Storie di vecchi pianisti jazz... e di come funzionava la loro musica (Riccardo Scivales)

Scritto da: MAT2020

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Autore: Andrea Pintelli

 

 

 

Oggi parliamo di Jazz, musica orgogliosamente figlia del popolo, come il Folk e il Blues, d’altronde, e popolata da autentici geni (parola troppo spesso usata e abusata a sproposito, ma che qui assume importanza vera). Ricordando che, in maniera evidente, è una delle basi del nostro amato Progressive, quindi doppiamente da rispettare, voglio prendere in esame un notevole libro (per contenuti e argomenti trattati) dal titolo “Storie di vecchi pianisti Jazz… e di come funzionava la loro musica”, pubblicato dalla Merlin Music lo scorso maggio e scritto da Riccardo Scivales.

 

 

Pianista, compositore e musicologo, guida le sue band Quanah Parker e Mi Ritmo; già docente di Storia del Jazz e della Musica Latino-americana presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, è autore di numerosi libri e metodi pianistici pubblicati in USA, Italia e UK da Ekay Music, Neil A. Kjos Music Company e Soliloquy Music. Autore di centinaia di programmi sul jazz per RAI-RadioTre, ha collaborato stabilmente con articoli, saggi, composizioni, arrangiamenti e trascrizioni a prestigiose riviste come “The Piano Stylist & Jazz Workshop”, “Keyboard Classics”, “Piano Today”, “Sheet Music Magazine”, “Ring Shout”, “Jazz”, “Blu Jazz”, “Musica Oggi” e “Musica Jazz”.

 

 

Il libro è incentrato su mirabolanti racconti che Scivales fa dei leggendari pianisti che hanno forgiato questo genere musicale e che, più di ogni altri, hanno creato dal nulla linguaggi musicali nuovi e tecniche mai sentite prima d’allora, tuttora utilizzate in più ambiti. Prendendo spunto dalla quarta di copertina che narra:

“Gli straordinari musicisti di cui si parla in questo libro sono Jelly Roll Morton, Fess Manetta, Eubie Blake, Luckey Roberts, James P. Johnson, Willie “The Lion” Smith, Duke Ellington, Thomas “Fats” Waller, George Gershwin, Cliff Jackson, Donald “The Jersey Rocket” Lambert, Herman “Ivory” Chittison, Art Tatum, Teddy Wilson, Bob Zurke, Nat “King” Cole, John Dickson “Peck” Kelley, Johnny Guarnieri, Thelonious Monk e Dick Wellstood. Pianisti e compositori leggendari, eroi d’altri tempi che hanno segnato un’epoca e forgiato le basi del jazz e della musica odierna, e sono ormai leggenda. Ricca di aneddoti, questa raccolta di scritti narra la loro affascinante vicenda umana e artistica, e analizza da vicino la loro musica anche grazie a 132 esempi musicali, trascritti dai loro lavori più importanti e rappresentativi. Oltre a una panoramica sull’evoluzione dello “Spanish tinge” e del Latin Jazz dai suoi albori ai favolosi mambos di Mario Bauzá, troviamo qui anche uno studio approfondito (con applicazioni pratiche) sui più tipici moduli poliritmici usati nell’improvvisazione pianistica afrocubana e Latin Jazz, desunti dall’opera di due suoi famosi maestri quali Charlie ed Eddie Palmieri. Infine, un utile saggio-guida sulle modalità e gli intenti di una delle pratiche fondamentali per ogni studente e studioso di jazz, cioè la trascrizione nota-per-nota di brani e assoli tratti dalle incisioni originali dei maestri di riferimento” … possiamo tranquillamente affermare che non c’è una riga che annoi in questo trattato. Già, perché come avrete intuito non si tratta di un semplice assemblaggio di storie, ma è molto di più: è uno studio sul jazz stilato e programmato in modo che possa essere inteso da tutti, o almeno dai fruitori di musica come siamo anche noi di MAT2020. Quindi, dal titolo, come funzionava la Musica dei padri inventori del Jazz? La risposta, o meglio le risposte sono scritte (anche) in questo volume.

 

 

Avendolo ovviamente letto e con passione, non riporto volutamente alcun contenuto dei 24 racconti di queste leggende dei tasti bianchi e neri, perché vi toglierei parte della bellezza, assicurandovi che molti di essi potrebbero far sentire piccoli piccoli alcuni fra i musicisti d’oggigiorno, bagnati dalla celebrità e dal clamore talvolta immotivato, siccome inventori di nulla. Qui, invece, si parla di Musicisti con la “M” maiuscola che, nel periodo che va dal ragtime al bebop, hanno creato lo swing, migliorato il mood, inventato trascinanti melodie, improvvisato scavando nelle proprie anime, evitato l’omologazione come fosse peste, in una sana gara fra giganti a chi era più bravo.

I loro soprannomi sono altisonanti esempi di quanto fossero affascinanti fin da essi: “Jack The Bear”, “The Harmony King”, “The Hawk”, “Snowball”, “Abba Labba”, “The Brute”, “The Lion”, “The Tiger”, “The Leopard”, “Seminole”, “The Jersey Rocket”, “The Beetle”, “The Terror”, “Menace”, “Ivory”, “Duke”, “King”, “Count”, “Fatha”, e altri ancora.

 

 

Non si può e non si deve prescindere dal conoscerli a fondo se si vuole capire cosa stiamo ascoltando adesso; già, perché molte tecniche, parecchie eccitanti gioie sonore attuali arrivano da loro.

Per andare a fondo nell’argomentazione, Riccardo Scivales ha qui riportato 142 esempi musicali che ha trascritto dalle incisioni originali. Non una robetta da poco! Questi erano e sono i maestri del genere, coloro che in un turbinio di colori e caleidoscopiche intuizioni hanno inventato l’importanza. Un must.

L’autore suggerisce un brano: “Al minuto 4:12 Willie "The Lion" Smith, uno dei personaggi del mio libro (tra l'altro, maestro di Duke Ellington) fornisce un esempio di come si suonasse “in dispari” già negli anni Venti... evidentemente era nato Prog anche lui!”