Non avrai altro Dio all'infuori di me spesso mi ha fatto pensare. La buona novella di Fabrizio De André, 50 anni dopo (Mario Bonanno)

Scritto da: MAT2020

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Autore: Elisa Enrile

 

 

Fabrizio De Andrè non ha bisogno di presentazioni, ma è sempre interessante e soprattutto illuminante quando vengono proposte delle valide spiegazioni e interpretazioni alle parole di uno dei cantautori italiani più amati e rimpianti. E questo offre ai suoi lettori Mario Bonanno, critico musicale catanese che scrive articoli e libri sui cantautori italiani.

Quella che lo scrittore ci propone in questa sede è una lucida analisi del disco di Faber La buona novella, concepito nel periodo sessantottino e restituito al pubblico nel novembre del 1970. Non tra i più popolari per i non addetti ai lavori, forse complice il fatto che per anni solo il brano Il testamento di Tito è stato portato sui palchi, ma sicuramente un lavoro ricco di pathos e di non detto dietro a parole pungenti e umane. La desacralizzazione è infatti uno degli intenti dell’autore genovese, che si trova a rileggere con movenze e sentimenti tipici dei suoi contemporanei i vangeli apocrifi, con un parallelismo tra i problemi della sua società alle prese con i moti del ’68 e la storia di Maria e Gesù. Vite umane dunque, guidate da istinti, emozioni e paure, vite caricate di responsabilità che spesso non si sentono pronti a portare sulle proprie spalle. Insieme a loro sfilano finalmente come protagonisti, quasi con un senso di rivalsa, i personaggi minori delle pagine sacre a cui viene restituito uno spazio e una dignità che spesso nei vangeli viene a mancare. Accanto alla rivincita dei deboli, un’unica certezza costituisce il fil rouge a tutta la composizione: sempre, in ogni frangente ed epoca storica, è il potere a corrompere le vicende umane e presentarsi come sicario di vite e destini.

Bonanno analizza i singoli brani da un punto di vista lessicale e contenutistico, accompagnando l’ascoltatore in un iter che sviscera le intenzioni della penna Deandreiana con integrità e lucidità. Proprio dall’Infanzia di Maria, resa terrena e caricata di un senso di pietà e pena per la povera bambina privata della libertà delle proprie scelte, nasce la novella che a volte sembra essere più corrotta che buona, un potente canto che grazie al coro acquista un impatto e una teatralità che richiama alla memoria i drammi greci.

Nel Ritorno di Giuseppe è il falegname invece a essere in qualche modo declassato dalle vesti di “sant’uomo” per acquistare però tratti teneramente umani, quelli di un uomo che «stanco di essere stanco» si ritrova a far da padre alla propria sposa, sposa che per altro porta in grembo un figlio non suo. Ne Il sogno di Maria la ragazza ha il compito di spiegare a Giuseppe l’incontro con l’arcangelo Gabriele, che a conti fatti viene descritto proprio come un rendez vous amoroso, nato dalla sessualità repressa di Maria per venir interrotto bruscamente dai sacerdoti, rappresentanti del potere. Nell’Ave Maria la giovane madre viene privata della canonica aura salvifica per dotarla di una sacralità ben più umana, quella che la rende prima donna-comune tra le donne-comuni. E come ogni donna, Maria non è immune alla sofferenza della perdita di un figlio, sofferenza che comincia a emergere né Maria nella bottega di un falegname e continua in Via della croce, dove si raggiunge probabilmente l’apice dell’album: la presa di coscienza della portata rivoluzionaria e contemporaneamente del fallimento della predicazione di Gesù, che alla fine proprio come tutti gli altri si trova a morire tra dolore e patimento. La disillusione nella redenzione e nella salvezza risultano evidenti anche nel brano Tre madri, dove si riflette anche sul Bene e il Male, incarnati dalle tre figure di Cristo e dei ladroni, destinati a morire nello stesso identico modo, indipendentemente da chi essi siano, da cosa abbiano fatto nella vita e da quanto pentimento ci sia nel loro animo. Con Il testamento di Tito ci si avvicina ormai alla fine dell’album, che terminerà di fatto con il brano Laudate Hominem focalizzato sulla capacità del perdono, canzone come già detto forse più conosciuta tra tutte. Qui De Andrè ritorna con ferocia sulla tematica dicotomica oppresso-oppressore, mettendo in evidenza la differenza tra chi fa le leggi e chi le subisce; attraverso le parole del “ladrone buono”, il cantautore genovese confuta con irriverenza le leggi sacre, mettendo in evidenza l’inganno del potere, qui incarnato nella figura di Dio: nonostante la cieca devozione e il seguito fedele, nel momento del bisogno si viene comunque abbandonati.

Come se diventare guida tra le parole cariche di significato a volte nascosto di De Andrè non fosse abbastanza, Bonanno si spinge oltre raccogliendo le testimonianze di musicisti, cantanti e compositori che hanno incrociato per vari motivi il percorso di Faber e permettendoci di entrare in contatto con la benzina e il motore della sua produzione.

Un lavoro completo e immersivo, che riavvicina gli ascoltatori a un album che ha compiuto più di cinquant’anni ma che continua a essere iconico e sorprendentemente attuale.

Una buona occasione per riascoltare in una veste originale…