Icons of Death – Un viaggio nei primi anni di vita del Death Metal (Giuseppe Felice Cassatella)

Scritto da: MAT2020

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Libro: Icons of Death – Un viaggio nei primi anni di vita del Death Metal

Autore: Giuseppe Felice Cassatella

Casa editrice: Shatter

Anno: 2021

Articolo di Fabio Rossi

 

Realizzare un saggio sulla storia di un genere musicale è un’impresa improba per qualsiasi scrittore poiché è pressoché inevitabile andare incontro a una moltitudine di problematiche che sovente finiscono per inficiare la qualità complessiva del lavoro. Il critico musicale Giuseppe Felice Cassatella, nella sua opera d’esordio dedicata al Death Metal - un sottogenere dell’Heavy Metal che ha avuto il suo massimo splendore tra la fine degli anni Ottanta e la metà del decennio successivo -, è stato abile ad evitare la maggior parte delle insidie e il risultato complessivo risulta di eccellente levatura. Qualche miglioria potrebbe rendere un’eventuale seconda edizione d’indubbia rilevanza nell’ambito della storiografia musicale. L’opera, dopo un’introduzione e la descrizione delle caratteristiche peculiari del Death, riserva una parte agli antesignani, a quei gruppi, cioè, che in un modo o nell’altro hanno contribuito a gettare le fondamenta del genere (Venom, Slayer, Celtic Frost, Bathory e altri ancora).

 

 

Ogni capitolo, poi, è dedicato a una specifica area geografica riservando le maggiori informazioni per l’America e la Scandinavia dove il fenomeno ha maggiormente attecchito.

Le vicende delle formazioni sono affrontate cronologicamente e, in genere, con dovizia di particolari. Interessanti la parte riservata all’Italia e il capitolo finale intitolato “Perché Il Death?”, in cui Giuseppe dà la parola ad alcuni protagonisti del movimento. Il libro è destinato sia agli esperti che ai neofiti volenterosi di approfondire la conoscenza di questo stile estremo. I primi troveranno qualche formazione “border line” che forse andava esclusa perché poco ha a che fare con il Death (per esempio gli americani Fear Factory, i giapponesi Sabbat e i cechi Master’s Hammer), oppure si lamenteranno del fatto che qualche disco è stato bistrattato in favore di altri (non posso non citare Hate degli olandesi Sinister che a mio avviso è uno dei migliori dischi Death mai realizzati). Accontentare tutti d’altronde è impossibile. Reputo necessario un indice analitico e una discografia consigliata in modo da convincere specie i ragazzi a utilizzare il libro, una volta letto, come un manuale e non riporlo bovinamente in libreria. Anch’io che ho vissuto quell’epoca e ho assistito a tanti concerti nell’area romana ho conosciuto grazie a questo saggio svariate band che mi erano sfuggite… insomma, non si finisce mai di imparare.