Azorin e Mirò (Manlio Cancogni)

Scritto da: D.D.

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1948


Incipit: “Senza aver preso congedo dal locale circoletto di artisti e letterati di cui era capo e ispiratore, Mirò, nelle prime ore del mattino di un giorno di marzo, scese dal suo paese alla più vicina stazione ferroviaria e prese il treno che andava alla capitale. Vi giunse poco prima di mezzogiorno. Andò subito in cerca di un alloggio, e lo trovò nel mezzo di un quartiere periferico e popolare. Popolare il quartiere, modesta la casa, buie e maleodoranti le scale che portavano al quinto piano, sciatta la padrona che venne ad aprirgli.”.

Cancogni descrive l’amicizia di due aspiranti scrittori, Azorin e Mirò, che comincia a vent’anni per durare una vita intera. Fortunatissimo, chiaramente non commercialmente parlando, esordio di Manlio Cancogni. Questo magistrale racconto lungo è smaccatamente autobiografico: infatti l’autore scrive della propria amicizia con lo scrittore Carlo Cassola, in Azorin si ritrova il ritratto del giovane Cancogni e in Mirò quello del giovane Cassola.

I due giovani ventenni, che amano “la vita, la vera vita”, sono la bandiera dell’anticonformismo e ne hanno fatto una scelta di vita; il loro è un anticonformismo sempre motivato: le loro scelte, i loro gusti, le loro critiche sono ben consapevoli e ponderate, mai fine a se stesse o solo per il gusto di andare controcorrente. I due giovani scrittori passano le loro giornate cercando momenti di sub-limine (istante di felicità magica dove si appagano completamente): “Il sub-limine era la mia vita, il resto era nulla. Sub-limine e non sub-limine: le cose e gli uomini si differenziano in queste due categorie”.

Le loro esistenze sono fatte di solitudini, volute e che danno felicità: infatti durante il corso delle loro vite i due amici cercano senza sosta la felicità, la felicità assoluta. Grandissimo libro tanto che Luigi Baldacci lo definì “il più importante racconto italiano del dopoguerra”. Racconto da leggere e rileggere.