Altri libertini (Pier Vittorio Tondelli)

Scritto da: Alberto Calorosi

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Un altro libro che si divora in un pomeriggio.
Di Tondelli s’è detto talmente tanto, e viceversa io so così poco, che mi pare giusto limitarmi a incollare uno stralcio del racconto che mi è parso il più rappresentativo dell’opera: Viaggio. Un racconto che ho riletto numerose volte e che ogni singola volta mi fa venir voglia di piantar lì, uscire fuori e mettermi a correre senza una meta.
Nelle recensioni in giro si parla di neorealismo, di viaggio interiore, di frustrazione, pulsioni autodistruttive, desidero di morte. Al contrario io credo che l’elemento dominante della poetica di Tondelli – o perlomeno, di questo suo Altri libertini – sia una irrefrenabile, strabordante, esilarante, folle, disperata voglia di vivere.
Leggete, leggete. Poi ditemi se ho torto.

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Mario mi raggiunge con un tuffo che si fa anche male povero Mariolino, a gettarsi in quel modo, però siamo vicini e ci stringiamo per i capelli e lui mi scuote la testa e dice che gli sembra di stare in un film di Lelouch tanto si sente rosa, di dentro. Chiacchieriamo e a me piace starmelo a sentire con quella sua bella parlata fiorentina e quel suo modo di gesticolare nemmeno fosse un ragazzo di Napoli. Poi mi suggerisce una cosa per il ritorno e io mugugnerò un poco, però dirò sì e anche Gigi lo farà. Infatti non è stato difficile. Abbiamo trovato quasi subito a chi vendere i biglietti di ritorno. Gigi sputtana immediatamente le centocarte che abbiamo raccolto e ci compra dieci quartini. Io mi incazzo quando lo vedo tornare senza soldi e Mario s’incazza pure lui, dicendo che di noi non ci si può fidare e che è cosa da grulli esser così scasinati perché ci fregheranno sempre. Allora prendo le bustine che Gigi ha avuto il pudore di far rimanere al di fuori del suo braccio e torno al Dam. Contatto solo gli italiani, dà più fiducia ad entrambi. Riesco a piazzare cinque dosi a quindici carte l’una a dei ragazzi calabresi appena arrivati e contenti del prezzo che qui, per quanto caro, è sempre enormemente inferiore che da noi. Una la divido con del bicarbonato e ne faccio tre che mi spariscono dalle mani appena propongo il prezzo di un deca. Le tre restanti le tengo come fondocassa. Telefoniamo ad Haarlem per dire che non torneremo e che si partirà l’indomani da Amsterdam. Così la sera ci vediamo al Rokin con Ibrahim che è venuto per dirci addio ed è una sera un po’ piagnona perché sembra che non ci si debba mai più rivedere, campassimo pure centanni, gli indirizzi si perderanno fra i cassetti e gli inchiostri svaporeranno e le voci si scorderanno e tutto il resto si scioglierà piano piano, per cui sappiamo che sono gli ultimi momenti, però chissà. Così giriamo per Amsterdam tutti ubriachi e fumati e Ibrahim mi itiene un braccio e dall’altro c’è il Mario che così sembriamo la pariglia del can-can. Poi viene l’ora che c’è l’ultimo treno per tornare e Ibrahim deve portarsi alla stazione anche se fatica a distaccarsi perché sono stati tempi belli. Allora in stazione succede che me mi tiene per ultimo all’abbraccio e quando ci salutiamo mi da un bacio in bocca e dice se lo so che mi amava e io dico che lo sapevo vecchio mio Ibrahim, certo che lo sapevo. Poi il treno gialloazzurro parte e noi ce ne andiamo con Gigi che dice che sono proprio un finocchio nato e sputato e io gli dico di sì, che la mia voglia di stare con la gente è davvero voglia e che non ci posso fare un cazzo se mi tira con tutti. Mario assiste divertito scuotendo la testa ricciolona. Dopo, salutata la donna di Rennes, partiamo anche noi.
Col Gigi ci lasciamo a Francoforte, poco più avanti dell’aeroporto, dopo un litigio furioso, in mezzo all’autostrada tre pazzi italiani gesticolanti e bestemmianti al cielo del Nord. Gigi che scavalca lo spartitraffico e si mette in direzione inversa e urla che ne ha piene le palle di questo ritorno bislacco con due finocchi che non fanno altro che metterselo nel didietro e lui davvero non ne può più e non è assolutamente possibile che ci siano ancora dopo quattro giorni che siam partiti quelle tre dosi, che cazzo si tengono lì, mica faranno dei figli o si moltiplicheranno. E allora io torno con voi a patto che mi ridiate le dosi, ma noi siamo inflessibili, soprattutto Mario, e Gigi lo lasciamo su una BMW che risale al Nord, saprà cavarsela, ma è da sconsiderati bruciare le uniche nostre risorse tutte d’un colpo. Non ci carica nessuno, ormai è un’ora che attendiamo appoggiati al guard-rail e ai nostri zaini Invicta, Gigi sarà ormai lontano un centinaio di chilometri, poco più poco meno... Finalmente una Benz attacca i fanalini rossi dello stop, un attimo dopo averci sorpassati; raccogliamo la nostra roba e corriamo e Mario ride, io chiedo perché e lui dice stringendo gli occhi che mi piaceva da morire a quell’età i ragazzi che per ridere stringevano gli occhi, e lui dice allora “Aspetta e vedrai”. E quando raggiungiamo la Benz vedo, e mi metto a ridere anch’io perché davanti, seduto come un pascià, c’è il Gigi che non ci guarda nemmeno e dice sprezzante “forza finocchi che andiamo” e poi al guidatore “Battista...” e quello non capisce ma se la ride con questi matti di italiani e così si riparte e quando ci scarica, verso Monaco, ci facciamo i tre quartini rimasti, uno per uno e vaffanculo.