Vittorio Nocenzi racconta... 8 luglio 2019

Scritto da: Athos_Enrile

Questo utente ha pubblicato 2336 articoli.
    Vittorio Nocenzi racconta…
Fotografie di Andrea Guerzoni
 
Nonostante sia questo un periodo gratificante per il Banco del Mutuo Soccorso, non avevo ancora pensato a una chiacchierata con Vittorio Nocenzi, anche se l’ultima volta che mi era capitato di intervistarlo Rodolfo Maltese e Francesco Di Giacomo erano ancora tra noi… quindi un pò di tempo è passato!
Dopo tante vicissitudini e accadimenti dall’andamento drammatico, l’idea di essere uno in più nel porre domande - probabilmente simili a tante altre -, contribuendo a riempire di lavoro supplementare il già oberato Vittorio, mi sembrava una situazione da poter tranquillamente rimandare a tempi più tranquilli, avendo in ogni caso la “coscienza a posto” dopo che su MAT2020 è uscita una dettagliata recensione di “Transiberiana”, realizzata dal nostro collaboratore Antonello Giovannelli. Insomma, una tendenza alla protezione e alla discrezione la mia, del tutto inadeguata visto lo spirito e lo stato d’animo di Vittorio, davvero sorprendente.
Alla fine ci siamo… sintonizzati, e ho realizzato che le mie domande non erano fondamentali per stimolare il racconto, perché il tutto fluiva in modo autonomo. Ecco… quello che forse non riuscirò a far emergere della nostra lunga telefonata è l’entusiasmo con cui il mio nobile interlocutore mi ha dipinto il suo quadro, che è poi la stessa picture che interessa migliaia di fan e cultori dell’eccellenza musicale. E frase dopo frase è emerso un vero nuovo inizio per il BMS, fatto di mutamento e team rinnovato, ma l’immagine che si dipana ci racconta una grande verità che andrebbe utilizzata come elemento didattico: sino a che sarà forte la voglia di pianificare azioni e rivolgere idee e pensieri verso il futuro, terremo lontana la fine della nostra storia personale. Poi ci sarà qualcos’altro, come ci suggerisce Vittorio nelle righe a seguire, ma possiamo tranquillamente aspettare…
 
 
Ecco il racconto di Vittorio, in sintesi…
 
Quanto sei soddisfatto dell’album appena uscito, “Transiberiana”? Non mi riferisco al termometro delle vendite, visto che è stato rilasciato da poco, ma parlo di feeling generale e di risultato puramente tecnico e musicale.
 
Sono molto soddisfatto. Dal punto di vista tecnico “Transiberiana” ha un grande suono: in qualunque modo lo si ascolti, che sia con un iPhone, con le peggiori casse o con quelle più sofisticate, mantiene intatta la sua forza sonora. Questo risultato è stato ottenuto grazie a una produzione musicale corale, che ha visto coinvolti tutti gli elementi della band e ha portato a un lavoro di grande attenzione del processo sonoro delle registrazioni.
Dal punto di vista dei contenuti mi sento poi particolarmente gratificato, perché dentro c’è molto del mio pensiero attuale, come artista, musicista e persona. È un lavoro che non nasce in solitudine, ma è figlio di una totale condivisione, ed è stato così sin dal primo momento. Parlo di un’espressione corale e vera che doveva assolutamente seguire questo iter, come seguito di una costante e continua richiesta da parte di fan, e lo abbiano toccato con mano nel corso delle numerose interviste radiofoniche. Siamo stati sollecitati a rispondere in maniera inequivocabile alle attese del popolo del palco, che si domandava che fine avessimo fatto. L’aspettativa era molto forte. Questo è stato il primo motivo per cui abbiamo deciso di fare l’album: dovevamo dare una risposta alle tante domande. E a pensarci bene, in questi ultimi quindici anni abbiamo sbagliato percorso, perché è stato dato troppo spazio all’attività concertistica a discapito di quella di recording. Da qui la decisione di agire nella maniera più ovvia: fare un nuovo album. Il privilegio dell’amore degli altri, dell’ammirazione e della stima, ha un costo, e più è alto è il privilegio e maggiore è il prezzo da pagare. Era una risposta che quindi dovevamo al nostro pubblico.
Altra motivazione pilota, ispiratrice di tutto il lavoro, è stata l’idea che se il BANCO continuerà ad essere attivo e vivo, anche chi ormai non c’è più continuerà ad essere nei cuori di chi ci ha sempre seguito e ama la nostra musica.
Questi sono i due pensieri che hanno guidato il nostro lavoro: il bisogno di rispondere al ai fan con un’azione concreta, e al contempo mantenere viva la presenza di Francesco e Rodolfo, cosa che può capitare solo se il Banco proseguirà nel produrre dischi e nel fare concerti.
 
Mi aggancio al tuo pensiero sui live. Nel 2008 vi vidi al Teatro Chiabrera di Savona, e l’impressione che ebbi nell’occasione è che ci fosse una discreta stanchezza da palco: un sentore sbagliato il mio?
 
Io questa stanchezza la percepivo come fisiologica, perché 50 anni di concerti sono tanti. Ma ogni volta che siamo saliti sul un palco è sempre scattata la magia, la rievocazione del senso del contatto con te stesso e con chi è in platea. Se quel giorno ti siamo sembrati stanchi poteva anche essere per situazioni contingenti. Di sicuro Francesco negli ultimi tempi non era più tanto motivato dai live, anche perché la routine ti tende agguati dietro l’angolo; soprattutto vedere un degrado continuo e costante coinvolgere la tua gente e la tua nazione ti fa porre delle domande a te stesso, ti chiedi che senso abbia questo “mestiere” che il BANCO ha sempre concepito come amplificazione delle emozioni condivise con la gente del nostro tempo.
In questi giorni c’è un disagio del vivere fortissimo, ed è stato un passaggio pazzesco. Ci siamo ritrovati in questa globalizzazione grigia che non ti può ispirare, nè spingere a scrivere poesie. A questo punto devi però continuare a farlo mettendo come centrali altri contenuti e valori di riferimento, ed è quello che abbiamo realizzato, il mettere come elemento primario il dovere di rispondere alla gente, per guadagnarsi ancora il privilegio di essere ammirati e amati da persone che vivono le difficoltà del quotidiano, e forse anche molto più di noi, che in qualche modo siamo facilitati. Il baricentro della vita della persona deve sempre partire da cose semplici ma chiare, prioritarie e fondamentali; comprendere che la prerogativa di essere amati è un grande dono da ricambiare, è una cosa semplice ma molto concreta, e ti posso dire che è una forte motivazione che può spingere a riprendere in mano lo strumento e il pentagramma.
Altra idea molto forte è che chi non è più tra noi può restarci, in modo vivo e concreto, solo con lo stimolo che spinge al ricordo, e la memoria si annaffia con la memoria, la poesia, la magia e la poesia.
 
In questa situazione di ripartenza hai avuto una spinta decisiva all’interno della tua famiglia…
 
Certo. Spesso accade nella vita che nel momento in cui il destino con una mano toglie, con l’altra qualcosa ti restituisce. Da una parte ho perso due compagni di vita la cui assenza, sinceramente, devo ancora elaborare, e dall’altra ho scoperto che il mio terzo figlio, Michelangelo, è il mio alter ego musicale. È stata una cosa preziosissima, altro elemento fondante dopo gli altri già citati, l’accensione del motore. Questo ragazzo, ovviamente cresciuto a “pane e Banco”, veniva a farmi sentire i suoi spunti musicali con il pianoforte, e a me ogni volta sembrava di averli scritti in prima persona, e quindi mi sentivo a mio agio a metterci mano, ritoccarli, ampliarli, prenderli come spunto tematico iniziale. Ci siamo così ritrovati a scrivere a quattro mani senza aver programmato nulla, è stata una simbiosi elettiva.
Una quarta cosa che deriva da queste tre è aver messo in moto una metodica di lavorazione che non avevo mai adoperato con questa lucidità e consapevolezza, una fase teorica molto ponderata che ha fatto da serra ai testi in sé. Mi riferisco a un metodo di “avanzamento lavori”: una volta deciso che il Banco doveva fare un album inedito, questo poteva essere un album rock-jazz, un album etnico, un disco di songs, poteva essere solo strumentale, sperimentale, elettronico, con un vestito sinfonico, ma poi… è diventato quello che doveva essere, un album concept. Io, come ti dicevo, dovevo rispondere al mio pubblico, tenere vivo l’amore per Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese, e non c’era nulla di più semplice e vero che usare la scrittura secondo la nostra identità. Era quello che desideravo e ho capito che se mi avessero chiesto di scrivere una compilation di songs non ce l’avrei fatta, non mi avrebbe interessato. Raccontare invece per metafora una narrazione ampia, che potesse essere suggestione collettiva oltre che individuale, è diventata subito una miccia accesa. Per farlo ho puntato i piedi come un bambino capriccioso, e ho detto a Michelangelo e al coautore Paolo Logli, gli stessi collaboratori dei miei ultimi anni di scrittura, che mi sarei rifiutato di scrivere una sola nota se non avessimo trovato un titolo. Così facendo ho ripreso un file sul computer, sintesi di una settimana intera di riflessioni e spunti, e ho ritrovato espressioni bellissime ed ero indeciso, ma come è apparso il titolo “Transiberiana” l’ho subito scritto in stampatello, evidenziandolo col colore bordeaux. Perché la Transiberiana è il viaggio più lungo che uno può fare sulla terra - sono 9300 km -, il modo più preciso per raccontare metaforicamente la nostra esistenza. Era bella l’idea che il Banco, dopo una vita così longeva, si accingesse a scrivere un’opera che era giusto che a questo punto del nostro lavoro fosse autobiografica. Poi non ho scritto la musica, ho scritto uno storyboard. In questo viaggio il treno parte, quindi è uno start che sarà ricco delle tipiche attese dei viaggiatori, che sono consapevoli di andare incontro a grandi meraviglie. E’ quel momento in cui hai deciso di lasciare il sicuro per l’incerto, un viaggio lungo in un luogo rischioso ma ricco di aspetti fantastici, e quell’insieme di sentimenti è meraviglioso. La partenza potevamo scriverla in mille modi, con la fanfara e la banda o in un modus più intimo.
Devi sapere che in quel periodo ero stato nel nord del Lazio per realizzare un progetto culturale, e in quell’occasione vidi passare a fianco a me al galoppo una mandria di cavalli: una sensazione bellissima, la forza primigenia della natura. E così ho immaginato che i viaggiatori, dal treno, vedessero all’improvviso un branco di cavalli selvaggi correre sull’altipiano, un’immagine che colpisce molto, un simbolo quasi per eccellenza della libertà. Questo è il primo quadro della transiberiana dopo la partenza, “Stelle sulla terra”, in due movimenti. Il brano inizia con un suono molto solenne e allo stesso tempo profondamente interiore, in do minore, sospeso, quasi una preghiera che fai con la tua mente, dentro di te, che secondo me esprimeva bene questa aspettativa e meraviglia rispetto a un viaggio molto umano, e quindi non servivano i trionfalismi di una banda. E’ un bello start su cui irrompe il suono del sintetizzatore, che fa il verso sonoro al treno che cammina e detta la partitura a tutta la band: riprendono questa scansione orchestrandola le due chitarre, il pianoforte, la batteria, l’organo. Questa è l’unica concessione che ho fatto in tutto l’album a una descrittività onomatopeica, perché volevo che il treno, come location dove accade la storia, fosse rappresentato sonoramente, e questo dopo che mi è venuto in mente cosa fece Mussorgsky con i quadri di una esposizione: realizzò un brano che ritornava più volte con il susseguirsi dei quadri, la “Promenade”; scrisse una composizione apposta per raccontare il cammino dello spettatore da un quadro all’altro. Io ho voluto fare la stessa cosa, perché questa scena del treno torna a più riprese nel corso del concept album, come una propria rappresentazione sonora. Nei concept seri alcuni temi musicali devono ritornare come in un’unica colonna sonora, e questa parte iniziale rivivrà infatti in “Eterna transiberiana”, sempre con lo sferragliare del treno. Questa prima traccia ha una partitura molto complessa perchè ha diversi strumenti che la eseguono, ma ognuno ha la propria scansione ritmica. Contemporaneamente ci sono strumenti che suonano in 13/8, in 7/8, in 5/4, in 3/4, perché era un modo per rendere il canto e le armonie di “Stelle sulla terra” come in un equilibrio precario, perché precaria era l’aspettativa di un viaggio così lungo, passando per luoghi dove si arriva addirittura a 70 gradi sotto zero, quindi non poteva essere una partenza solida, solita, vanitosa, tutta apparenza, ma doveva emergere un grande bagaglio di interiorità. Si parte allora con questo inizio in do minore, che crea l’immagine dei viaggiatori con i nasi attaccati ai finestrini, e poi arriva una sequenza elettronica in 7/8, dispari in maniera terribile, e quelli sono i cavalli che hanno il loro ritmo e quindi dovevano essere impari rispetto al resto della musica.
I viaggiatori eravamo tutti noi, compresi Francesco e Rodolfo, vedevamo questa cosa bellissima e non potevano non partire una serie di parallelismi e analogie su chi era veramente libero, se noi o quegli animali.
Il terzo movimento trova la sintesi di quello che questo spettacolo spinge loro a considerare, “perché, perché, perché… l’imbroglio, le bugie… il testo dice tutto.
Il secondo brano è “L’imprevisto”, e nella transiberiana è rappresentato dal ghiaccio che invade i binari all’improvviso e costringe il treno a fermarsi; i viaggiatori rimangono fermi nei vagoni fino a che il freddo non diventa intollerabile e incomincia a serpeggiare la paura e la preoccupazione; vedono fuori delle luci e pensano che siano quelle di un villaggio dove potersi dirigersi per chiedere aiuto, e quindi decidono, anche se con paura, di scendere. E come spesso accade nella vita, non c’è limite al peggio, quindi si muovono per scampare a un pericolo e incorrono in un altro: vengono assaliti da un branco di lupi, e questo è il quarto brano dell’album, “L’assalto dei lupi”, dopo “La discesa dal treno”, che è il terzo. “La discesa dal treno” è in due movimenti perché c’è anche qui la necessità di scandire i tempi in modo chiaro: quando scendono fuori dal vagone cosa trovano? Ancora più freddo e una natura completamente bianca con una nube di nebbia. Davanti a questa considerazione, a questo nulla impalpabile, mi è venuto in mente Virgilio, la discesa nell’Ade di Enea che, nel suo percorso vede il padre Anchise, lo abbraccia abbracciando le nebbie. Questo del disco è un momento che amo molto perchè è dedicato, anche esplicitamente nel testo, a chi non c’è più, alle assenze, ai non ritorni. Musicalmente ha una melodia molto sentita e molto umana, lo trovo un momento commovente, sincero, ispirato.
Poi i viaggiatori riprendono il cammino, si salvano dall’assalto dei lupi, ma dopo aver scampato un rischio mortale il viaggio riprende con tutta un’altra consapevolezza, tutto assume un altro spessore, si cerca di capire di più e meglio. Quindi i viaggiatori guardano con più attenzione e scoprono che tra loro c’è uno sciamano. Io volevo che delle tracce chiare di questa terra percorsa dal treno fossero prese dalla realtà tangibile, e quindi qualche elemento della Siberia vera doveva esserci, una terra difficile climaticamente ma anche antropologicamente, perché lì ci sono più di 250 etnie diverse e quindi lingue differenti, storie, racconti e prevalentemente ci sono due religioni, sciamanesimo e buddismo. Mi sembrava bello quindi che su questo treno ci fosse uno sciamano, che fa parte della realtà umana della Siberia, luogo in cui esiste un problema gravissimo dovuto alla difficoltà del sopravvivere, anche, a tentativi di russificazione militari pesanti e genocidi tosti: mi riferisco al forte tasso di alcolismo tra le popolazioni siberiane, situazione che distrugge uomini e donne, poveri esseri umani che si caricano di alcol, dopodiché, ubriachi, incominciano a correre nudi nella steppa e vengono ritrovati morti assiderati dopo chilometri. “Lo sciamano” racconta in parte questo mondo che si restringe dentro il collo di una bottiglia; le sue mani non curano più perché ha perso la magia con la quale riusciva a mettersi in contatto con gli antenati, cosa ora non più possibile.
Successivamente arriva un altro personaggio che non ha nessuna caratterizzazione precisa, se non quella di cantare con il viso fuori dal finestrino, respirare quest’aria che per lui sa già un pò di mare, meta finale della Transiberiana, il cui obiettivo spaziale è arrivare al Mar del Giappone. “Il mare che desideriamo tutti”, recita il testo, perché il mare diventa metafora della speranza con cui affrontiamo la nostra vita.
Il viaggio va avanti e c’è l’arrivo che esprime un altro concetto fondamentale: l’importanza del viaggio non è raggiungere la meta, ma vivere il percorso per raggiungerla. Quindi quando questi viaggiatori arrivano davanti al Mar del Giappone capiscono che non è la fine, ma l’inizio di un altro cammino, come succederà anche a noi quando arriveremo al termine della nostra vita. Chi è pervaso da fede religiosa si aspetta il Paradiso, chi è laico come me si domanderà comunque che fine farà tutta quell’energia, la parte preponderante dell’essere umano che è quella trascendente, perché noi non siamo solo carne, ma soprattutto idee, pensieri, sogni, desideri, ideali, in una parola sola, spiritualità; la società contemporanea deride questa sintesi, la disprezza o non la considera, ed è un grande errore, perché porta a dimenticare il baricentro della vita umana.
 
Tutto quanto hai appena descritto appare complesso da condividere, soprattutto se chi ti accompagna è “appena arrivato”: come riesce una formazione tutto sommato nuova a salire su di un palco e trovare la quadra ad un lavoro così organico?
 
Si può fare quando si riesce a dare fluidità all’interpretazione e all’esecuzione, lavorando a monte, a patto che con la scrittura e la registrazione si sia dato corpo a tutte queste idee; in questo caso non resterà altro che fare un’opera di riproduzione corretta. Poi c’è la solita domanda degli ascoltatori: “… ma come facciamo a capire veramente i significati di un vostro brano se non me li dite?”; io rispondo sempre che non è fondamentale che l’ascoltatore capisca esattamente cosa si voleva dire… la cosa importante è che ognuno faccia sua la musica e la riempia di contenuti personali, magari diversi dalle idee di chi ha creato. Comprendo però che per un estimatore delle nostre composizioni scoprire le motivazioni dell’artista sia un valore aggiunto, e mi fa anche molto piacere che accada, ma per fruire emotivamente della musica non è basilare che si sappia esattamente la storia ispirativa, perchè ciò che si recepisce deve portare ad una reazione emotiva, spirituale, qualcosa che nasce dalla sensibilità che ognuno ha dentro di sè. E questo è già tantissimo, perché mette in moto tutti quei meccanismi di autopercezione che spesso si tralasciano e si trascurano. La musica ha questo grande vantaggio, ti ricorda di metterti in contatto con la parte più sensibile di te, quella più fanciullesca e poetica, quella che porta a meravigliarsi di un bellissimo tramonto affacciandosi dal balcone di casa, senza dover essere per forza su un’isola del Mar Egeo.
 
La mia domanda precedente era anche legata al fatto che quando ora ti trovi sul palco sei ormai l’unico tra quelli che hanno iniziato il percorso molti anni fa… ti giri e ti ritrovi un pò di gioventù, un frontman nuovo… sono quei meccanismi che potrebbero mettere in crisi un gruppo, e sembra invece che voi ce l’abbiate fatta benissimo.
 
Non dimenticare che c’è sempre la musica. Io sono partito da ragionamenti lineari, elementari e semplici. Ma la semplicità, se è ricca di contenuto, è la cosa più difficile da conquistare e appartiene alla fase più matura della vita di un’artista, la scopri sempre quando sei vecchio del mestiere. È come una persona che si trova in bilico e deve scegliere: da una parte ha la banalità, dall’altra ha i contenuti più profondi. Quando inizi a scrivere qualcosa di complicato ti sembra essere partito col piede giusto, perché pensi di difenderti dalla banalità deviando rispetto all’ortodossia, ma io, alla fine, di “Non mi rompete” ne ho scritta una sola in tutta la mia carriera; ho provato altre volte a trovare perle simili ma non ci sono mai più riuscito, perché è stato un momento di ispirazione della mia vita che è rimasto magicamente unico. Quel brano lo avevo nel cassetto dai sei anni, e non lo tiravo mai fuori perché mi sembrava troppo banale, e poi ci ho messo cinquant’anni per capire che la semplicità non è banalità, è una sintesi miracolosa di universalità, fatta con elementi elementari ma profondi. È difficile fare una cosa semplice ma intensa, è molto più facile fare una cosa complessa. Quindi quando sono sul palco, quello che dicevi tu coinvolge Vittorio persona, Vittorio uomo, soprattutto quando si suonano brani storici; sapevo che quando Rodolfo si girava verso di me e mi guardava in un certo modo era per la soddisfazione della perfetta riuscita di un passaggio complicato, ad esempio su “La conquista della posizione eretta”, e questi appuntamenti mi mancheranno da morire, ogni volta, e sarà inevitabile. Ma anche qua ho realizzato una piccola rivoluzione, e per la prima volta ho selezionato i membri della mia band in un altro modo, ed è stato determinante. Pensa, ho provato sei batteristi… Fabio Moresco è stato il sesto che ho testato; quando è arrivato nel mio studio gli chiesi prima di iniziare a provare: “Fabio, posso farti una domanda personale? A te piace l’amatriciana?”, e lui mi rispose: “Sì, e la so cucinare pure bene”, e allora gli ho detto: “Bene ora voglio sentire come suoni!”. L’ho selezionato così perché questa battuta provocatoria, apparentemente fuori luogo, non è così lontana dalla realtà, in quanto la nostra è musica che porta inevitabilmente a un grado di intimità che ha la necessità imprescindibile di condividere gli stessi valori umani di riferimento. Sennò inevitabilmente si arriva al conflitto, a criticità insormontabili.
Con questa domanda ho selezionato la persona, che si è poi rivelata un uomo di una gentilezza e bontà unica, e quando abbiamo sentito insieme i brani ci siamo commossi e ci è sembrato di essere fratelli da sempre.
In questo modo mi sono trovato intorno i due chitarristi che erano con me già da tempo - Filippo Marcheggiani e Nicola Di Già - e poi Tony d’Alessio, cantante del gruppo parallelo al Banco di Filippo, quindi suo amico da 30 anni; Tony si è messo a disposizione delle mie visioni e delle mie priorità con una umiltà, passione e talento unico. Da compositore e coautore della musica posso dire di essere stato soddisfattissimo dell’interpretazione vocale perché lui non ha messo al nostro servizio solo quella forza vocale straordinaria che ha, non mi sarebbe bastato, non mi avrebbe emozionato o raccontato le sfumature del testo. Serviva un cantante dotato di politimbricità vocale, di colori, e sono cose che lui possiede. Si è calato con estrema umiltà nel progetto e lo stesso è stato con Paolo Logli. I testi per me sono sempre stati importanti come la musica, e li ho scritti per 40 anni con Francesco. Sto parlando di un lavoro storicamente tostissimo, e mi serviva una persona colta, che sapesse del nostro mondo, dei nostri racconti, della necessità che avevo di ricorrere a immagini e visioni interiori, a metafore poetiche, ma allo stesso tempo doveva essere paziente, per unire una metrica perfetta alle ritmicità proprie delle melodie che scrivo. Logli è di La Spezia, da ragazzo vide un nostro concerto e da allora è diventato fan del Banco. Quindi trovare un romanziere, sceneggiatore e scrittore, fan del Banco, amico nostro da tanti anni, anche lui dotato di una umiltà e passione strepitosa, e ritrovarmi a scrivere con lui i testi con una naturale complicità, ha reso possibile un progetto così ambizioso. Avere lui per i testi e Michelangelo per la musica è stato meraviglioso, senza mai perdere di vista i due motivi iniziali di cui ti ho detto.
La prima fase è quella impegnativa della scrittura, poi arriva la produzione, e poi accade come quando un sarto sceglie una bella stoffa, la taglia e la cuce bene, ma fino a che non fa indossare il suo abito ad un modello non sa se è davvero bello: e io ho trepidato aspettando il momento di mettere questa musica, questi canti, queste linee melodiche addosso ai musicisti della formazione. Marco Capozi è un bassista eccezionale; io curo sempre molto le parti del basso perchè è lo strumento che unisce ritmo, armonia e melodia. Marco ha fatto un lavoro eccellente, perché ha un grande tocco sullo strumento e ha interpretato gli arrangiamenti mettendoci molto anche del suo. La prova del nove sarebbe stata poi vedere come questo vestito si sarebbe adagiato sulla voce di Tony e sulle chitarre.
Prima l’ho cantato tutto io, e mi sono sgolato per dare le linee guida a Tony e verificare, prima di fargli imparare le parole, come queste suonassero, quindi è stato un grande lavoro di pre-produzione. Quando poi sono arrivato alle chitarre il disco è esploso, perché Filippo Marcheggiani, il giovin Filippo, è risultato particolarmente ispirato, ed è diventato un grandissimo chitarrista, e le improvvisazioni che gli ho fatto fare nel disco erano così belle che alcune le ho trascritte e le ho fatte diventare obbligate, da eseguire in duetto, quindi a volte, nel brano, assoli di chitarra diventano un duetto tra chitarra e organo hammond, e questo è, oltre che virtuosismo, soprattutto forza espressiva. In questo disco avevo bisogno di più chitarre del solito perchè serviva rabbia dell’elettrica, quella che ho ricevuto da Filippo e Nicola.
Può sembrare un concetto puerile, ma mi è sembra che il destino si sia accanito un po’ troppo sul Banco, perché a febbraio è venuto a mancare Francesco, a luglio ci ho provato io, a ottobre è accaduto a Rodolfo, e mentre io ero in coma da una parte di Roma lui lo era dall’altra; mi è sembrata un pò una cattiveria, perché è vero che tutti dobbiamo morire, ma non in questo modo così drammatico e sconvolgente, tutti insieme; abbiamo fatto milioni di chilometri, poteva accadere in trecentomila modi diversi… così è stata una cosa che ha sconvolto tutti: avevo proprio bisogno del suono delle chitarre per rompere l’incantesimo!
 
 

Dopo aver sviscerato il presente, pongo a Vittorio una domanda legata al passato, a quanto accadde 50 anni fa dall’altra parte del mondo, un avvenimento che ebbe risvolti infiniti anche nel nostro paese, e che sta per compiere 50 anni.
Il pensiero di Vittorio, rispetto all’argomento, aveva lo scopo preciso di registrare il suo contributo per un numero speciale di MAT 2020 dedicato al Festival di Woodstock - che sarà disponibile nel mese di agosto - ma, rileggendolo, mi è parso che potesse essere inserito come chiosa finale, proprio per il messaggio intriso di speranza che viene regalato al lettore.
Alla domanda: “Che cosa è stato per te Woodstock?”, si materializzaun quadro carico di amarezza, che prepara però un possibile lieto fine, perché forse una nuova Woodstock è pronta a sbocciare, magari con un abito diverso, probabilmente dal contenuto altamente tecnologico, ma ciò che conta è che sotto le ceneri ci siano idee e sogni che spingono per emergere e diventare realtà… nell’augurio che l’ottimismo di Vittorio Nocenzi sia altamente contagioso, e che lui sia lungimirante.
Dice Vittorio Nocenzi…
 
E’ abbastanza facile commentare ciò che ha rappresentato Woodstock, partendo dal mio stato d’animo di allora, quello di un ragazzo di diciotto anni.
La prendo alla lontana, iniziando da una constatazione su quanto accadeva a quei tempi: era un mondo in cui l’idraulico non era ancora arrivato a insegnare al biologo o all’epidemiologo se i vaccini fossero una cosa positiva o negativa! A buon intenditor…
 
Premessa.
Il web è uno strumento meraviglioso.
Pensiamo a 50 anni fa, quando il festival che tra poco celebreremo andò in scena: chi avrebbe mai immaginato nei primi seventies che un giorno avrei potuto dialogare facilmente con chi si trova dall’altra parte del pianeta, fargli sentire la mia musica, inviargli immagini e disegni, proporgli la copertina del disco di prossima uscita, e magari effettuare qualche modifica in real time… nooooo, allora dovevamo aspettare il tempo della spedizione postale, sperando che nulla andasse smarrito; poi si doveva andare in stazione, prendere il treno con direzione Milano, magari un aereo, perché per ascoltare i mixaggi occorreva andare laddove erano stati fatti. Ora scegli da casa, o magari in vacanza, in continuo contatto con tutti i rami che conducono al progetto, magari sparsi in giro per il mondo… meraviglioso… ciò che un tempo non si poteva nemmeno immaginare è oggi divenuto realtà.
Ma in questa evoluzione positiva non ci siamo mossi nella maniera corretta, ancora una volta abbiamo pensato in primis a trovare delle scorciatoie, utilizzando dei sostituti capaci di sopperire alle nostre lacune: immaginiamo che io non sia in grado di muovere le dita sui tasti del piano, e per creare musica debba/voglia chiedere ausilio al sequencer del computer… cosa avrò ottenuto!? E’ una situazione sostenibile o sono pronto a cadere alla prima occasione?
Il computer è un registratore attivo, ti consente di improvvisare e registrare il tuo istinto primordiale, quindi se hai del talento esce spontaneo e viene catturato e imprigionato dal mezzo tecnologico, fissato per sempre su un supporto di archiviazione; ma come tutte le cose improvvisate e non ragionate avrà dei difetti, limiti a cui si può porre rimedio attraverso l’uso di un cervello elettronico, che farà apparire su un pentagramma a video ciò che è stato realizzato, che andrà analizzato e modificato a piacimento – magari anche una sola nota - secondo logica di dettaglio e di contesto.  
Ai tempi di Woodstock, tanto per individuare precisamente un periodo storico, registrare un album era un inferno, avendo a disposizione solo 8 piste: non ci entravano tutti gli strumenti! Non credo sia possibile spiegare alle nuove generazioni di musicisti cosa volesse dire mixare un album in quelle condizioni, il tempo necessario e la ricerca della precisione, con il coinvolgimento di un team composto da tante persone che dovevano intervenire al momento giusto, con inevitabili errori che inducevano a ricominciare da capo. E quando tutto sembrava terminato, e il pezzo veniva agganciato al mixaggio precedente, scoccava l’ora della verità, e spesso… si doveva ricominciare da capo: questo era il mondo in cui ci muovevamo in quei giorni.
Era uno slow food, uno slow dream, ma davanti avevamo un’autostrada di aspettative, c’era una speranza color arcobaleno, c’era la certezza che con la fantasia al potere si potesse cambiare il futuro, migliorandolo, trasformando sogni in realtà.
Si usciva da un’epoca che aveva vissuto il boom economico, e sembrava che tutto si basasse sull’emancipazione materiale, una sorta di pragmatismo occidentale che, unito ai miracoli legati alla possibilità di avere la disponibilità di frigorifero, televisione e auto utilitarie, portava a pensare che la felicità risiedesse nel possesso del denaro.
I giovani invece sognavano a colori, idealizzavano altre cose, diverse da quelle materiali, obiettivi che sembravano assolutamente raggiungibili.
Woodstock ha rappresentato il sogno collettivo, il movimento giovanile del mondo occidentale che credeva di poter cambiare le prospettive della corsa umana: si poteva ascoltare grande musica, scrivere e leggere meravigliose poesie, vedere grandi film, coltivare nobili ideali, e si pensava ad un futuro completamente diverso da quello che purtroppo abbiamo messo insieme… oggi vediamo un fallimento totale, dove la “grande bellezza” è soltanto un sogno smarrito. Ecco cosa ha vissuto la mia generazione, e il mondo di Woodstock - basato sul diventare migliori come uomini, tolleranti e solidali - è tutto ciò che purtroppo non abbiamo adesso!
Ma occorre cercare la luce in fondo al tunnel.

C’è un brano nel nostro album “Transiberiana” che è “Campi di fragole” (“… campi di fragole sotto la neve germogliano…”): nel momento in cui si pensa che ci sia soltanto il gelo, la terra sta per donare la nuova speranza legata a nuovi prodotti: sotto la neve sta crescendo qualcosa… la gente ha bisogno di ritrovare ancora a belle idee, ha necessità di poesia, di bellezza, di amore… solo così l’essere umano può sopravvivere, e sono convinto che tutto questo tornerà; il vero significato di “Transiberiana” risiede nel concetto che il viaggio deve ricominciare, e molte persone che hanno ascoltato il disco me lo hanno confermato, perché non siamo visionari, ma sentiamo il bisogno e il desiderio di superare il disagio del vivere, e quindi l’album ha l’urgenza di essere condiviso, perché, come accadde per il festival di Woodstock, dà voce alle speranze, che non riconducono alla disperazione, ma sono dirette alla ricostruzione.