Io c'ero quando Pete Townshend ha distrutto la chitarra sul palco per la prima volta

Scritto da: MAT2020

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Intervista a Peter Twinn

Di Enrico Meloni

Articolo uscito sull’ultimo MAT2020

 

A volte, quando meno te lo aspetti, capitano le cose più impensate. Quella che state leggendo rientra sicuramente in questa categoria. Come avrei potuto mai sapere che nel 2020 che ci ha appena salutati avrei conosciuto un testimone oculare della prima volta in cui Pete Townshend degli Who distrusse la chitarra sul palco, uno dei gesti più rinomati e riconoscibili di tutta la storia del rock? Eppure, è accaduto anche questo. Che anno assurdo!

In modo completamente casuale, in una serata autunnale passata al pub, proprio in una di quei pochissimi momenti in cui si è potuti uscire prima del terzo (o secondo, o quarto? Non lo ricordo più) lockdown, vengo a sapere da Marco, un caro amico amante della musica con cui abbiamo visto tantissimi concerti, che a Genova vive un uomo che ha conosciuto niente meno che gli Who prima che diventassero… The Who!

Un’occasione da non perdere per farmi raccontare qualche aneddoto interessante su di loro e sulla vita che la Londra degli anni ‘60 regalava a un giovane musicista.

Mi metto subito in contatto con Massimo Perasso, detto Maso, capo di Taxi Driver Records (etichetta discografica) e di Flamingo Records (negozio di dischi ed etichetta discografica situata in Piazza delle Vigne a Genova: fateci un salto se potete), redattore di Tomorrow Hit Today e varie altre fanzine, ex bassista di Isaak e Gandhi’s Gunn tra le altre cose, ma soprattutto persona disponibilissima e grande amante della musica, che mi mette subito in contatto con… suo suocero!

Un ringraziamento enorme va quindi a Marco, a Maso e a Sara (moglie di Maso e figlia di Peter), che hanno reso possibile il mio incontro, ahimè solo via e-mail, con Mr Peter Twinn from Harrow, England!

Peter ha risposto alle mie pedanti curiosità con gentilezza e aprendo il libro dei ricordi senza riserve. La parte dell’intervista che ho apprezzato di più, oltre a l’aver scoperto com’è successo che quel diavolone di Pete ha iniziato a sfasciare le chitarre per terra dopo averle fatte roteare in aria (non so se ci rendiamo conto della grandezza della rivelazione), è quella in cui Peter racconta la sua vita, il cosiddetto “lato umano”, perché è sempre lì che si nascondono le storie più vere e gli insegnamenti più importanti. Alcuni esempi? Continuare a studiare e abbracciare le nuove sfide con coraggio e mente aperta, senza aver paura di quello che ci può riservare il domani. E ve lo dice uno che da un giorno all’altro è passato da Londra a Genova… negli anni ‘70! Un salto nel vuoto niente male per una persona che non parlava una parola d’italiano.

Alla luce delle sue risposte, mi viene la curiosità di fare un’altra intervista con Peter, meno musicale ma più “costume e società” … chi vivrà vedrà!

Direi che mi sono dilungato pure troppo: ecco la mia chiacchierata con Sir Peter Twinn!

E Roger, se ci leggi, ce l’abbiamo con te: fatti vivo!

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D: Ciao Peter, grazie per averci voluto dedicare il tuo tempo. Non sapevamo di avere un testimone così diretto della storia dei primi passi degli Who proprio a Genova! E l’abbiamo scoperto anche abbastanza per caso (un ringraziamento speciale a Marco, Massimo e Sara!). Raccontaci qualcosa di te: da dove vieni, come hai iniziato ad appassionarti di musica e quali sono state le tue prime esperienze con le band?

R: Non so se i miei ricordi possono essere di interesse a qualcuno. Sto cercando di rimembrare cose della mia gioventù, più di 55 anni fa e chiedo scusa se non rammento bene alcune date o circostanze. Quando sono nato, nel 1949, Harrow si trovava nella contea di Middlesex, a nord e ovest di Londra. È stata assorbita nella Grande Londra solo più tardi. Noi ci consideravamo, però, londinesi a tutti gli effetti, anche perché c’era la Metropolitana londinese, gli autobus rossi, i taxi neri ecc.  A scuola, nei primi anni ’60, eravamo affascinati dall’eccitante scena musicale inglese. Sentivamo tutta la musica emergente e frequentavamo anche i precursori delle discoteche londinesi, ossia sale delle scuole di ballo, un po’ sciupate ma con l’immancabile sfera rotante a specchi, spot multicolore e qualche neon fluorescente. Come tanti altri ragazzi, ho preso in mano la mia prima chitarra e ho sognato la gloria. Dopo qualche lezione, cominciavo a strimpellare con alcuni compagni di classe. Il preside della scuola ci permise di usare un magazzino come sala prove e abbiamo effettivamente cominciato a fare qualche progresso.

D: Devono essere stati anni davvero di fuoco… in tutti i sensi! Cosa ci puoi raccontare, oltre all’ovvio, della Londra degli anni ‘60?

R: Londra era il centro del mondo. La Metropolitana ci portava dalla stazione di Harrow & Wealdstone dritta a Oxford Circus, adiacente a Soho, Carnaby Street ecc. Avevamo pochissimi soldi in tasca ma riuscivamo a fare parte della scena. C’era musica e moda ovunque (all’epoca non mi interessava l’arte); avevamo 15 anni e il mondo sembrava pieno di mini skirt.

D: Che aria si respirava musicalmente? Le band emergenti si aiutavano tra loro o c’era una (sana… o meno sana) competizione?

R: Non saprei rispondere. Eravamo ragazzini, con tanti sogni ma nessuna organizzazione.

D: Quali erano le band che andavano per la maggiore all’epoca nel giro dei pub? E di quali di queste sentiamo parlare ancora oggi?

R: Niente pub. All’epoca, l’entrata era riservata agli over 18 (non “adulti” perché fino al 1970 occorreva aver compiuto 21 anni per avere la maggiore età).

D: Il tuo nome, e quello della tua band, i Third Generation, è legato a quello degli High Numbers, ossia gli Who prima che cambiassero nome. Presentaci la tua band.

R: The Third Generation era la band successiva. La nostra prima band si chiamava The Deltas e in verità non eravamo affatto bravi ma semplicemente sotto l’incantesimo generale del periodo. Era un decennio magico.

D: Come vi siete conosciuti con gli High Numbers/The Who? In che rapporti eravate?

R: In realtà, non li abbiamo conosciuti come The High Numbers. Fino a giugno/luglio 1964, il periodo in cui c’eravamo anche noi, il nome della band era The Who. Il periodo di cambio nome è durato poco, prima di ritornare al nome originale verso fine anno. La tua domanda mi fa un po’ ridere; noi avevamo 15 anni, loro quasi 20. C’era un abisso tra noi e loro che sembravano molto più grandi. Anche se erano ancora sconosciuti (il primo disco non era ancora uscito), il nostro rapporto con loro era di adulazione.

D: In che modo siete stati ingaggiati per suonare in apertura per loro?

R: Ingaggiare è una parola grossa. Noi abitavamo lì vicino, a pochi minuti dal Railway Hotel, vicino alla stazione di Harrow & Wealdstone. Non so chi tra i papà della band ha organizzato la possibilità per noi ragazzi di suonare (gratis), per accumulare un po’ di esperienza, in apertura di serata. In due (o massimo tre) occasioni, la band della serata era The Who.

“Video sul Railway Hotel ad Harrow, al minuto 5:58 si fa menzione del famoso episodio della chitarra!)

 

 

D: Come si presentavano gli Who a livello scenico? C’era qualcosa, già allora, che li distingueva dagli altri?

R: A prima vista, sembravano ragazzi normali. Mi sembra di ricordare che avevano ancora amplificatori Fender. So che non avevo mai sentito un volume così alto in uno spazio così ristretto. Per non parlare della batteria. Sembravano in guerra tra loro, era meraviglioso.

D: I racconti sulle follie di Keith Moon si sprecano… era così fuori di testa già alle origini? Ci sono degli aneddoti che vuoi condividere con noi?

R: Keith suonava e manipolava le bacchette in una maniera scatenata e velocissima. Non ricordo, però, di averlo mai sentito parlare fuori dal palcoscenico.

D: Se dovessi scegliere, qual è il ricordo più vivido delle serate trascorse come gruppo spalla degli Who?

R: Senz’altro la prima serata. Avevamo suonato una canzone di Willie Dixon, “Spoonful”. Poi, dopo l’arrivo degli Who, a un certo punto si sono attaccati anche loro con “Spoonful”. Venticinque minuti! Meraviglioso… siamo rimasti a bocca aperta.

D: Com’è nata la leggendaria distruzione sul palco della chitarra di Pete Townshend? So che tu hai assistito alla prima volta in assoluto in cui questo è accaduto sul palco!

R: Accadde qualche mese più tardi e non suonavamo più al Railway. Tramite conoscenze, riuscivamo comunque a entrare gratis. È cominciato tutto come un incidente, ne sono sicuro. Sai che Pete non stava fermo un momento. Suonava accordi con movimenti del braccio a mulino a vento, saltava e sollevava la chitarra sopra la testa. Il problema era il palco del locale, fatto con casse per la birra, assieme al soffitto basso. Non c’era molto spazio. Dopo il primo colpo in alto con la paletta, Pete si arrabbiò e cercò di demolire il soffitto. Noi eravamo in delirio.

 

 

D: Come descriveresti gli Who a livello caratteriale e musicale, per quanto ti ricordi?

R: Originali. Non c’è modo migliore per descriverli.

D: Com’era la vita di una giovane band in tour negli anni ‘60? Suonavate principalmente a Londra o avete avuto occasione anche di spostarvi nel resto dell’Inghilterra?

R: Magari avessimo potuto fare un tour. Eravamo decisamente una band di dilettanti. Siamo, forse, riusciti a coprire il costo degli strumenti. Francamente non mi ricordo di aver mai visto un guadagno ma, in ogni caso, eravamo felici. Ho lasciato la mia chitarra elettrica Hofner presso mia madre, dove è rimasta indisturbata per oltre 20 anni. Poi l’ho portata in Italia e adesso è di mia figlia, Sara. Dopo tutto questo tempo, il manico è ancora dritto.

 

 

D: Cosa è successo poi? Ciò che so è che, come abbiamo descritto fin qui, siete stati il gruppo di apertura degli Who nel 1964 (e oltre?) ... e poi? Avete continuato con i Third Generation?

R: È imbarazzante ma non ricordo neppure un nome degli altri componenti di The Third Generation. Suonavamo, come tante altre band, a feste, balli di scuola ecc. Poi, finita la scuola secondaria, a sedici anni, ho vinto un bando di Her Majesty's Stationery Office (Poligrafico di Stato) e ho iniziato cinque anni di lavoro-studio per il diploma in litografia e arti grafiche.

D: Avete mai registrato qualcosa con i Third Generation?

R: Con loro, no. Nel 1966, ho suonato la chitarra per un breve periodo con Next in Line. Abbiamo fatto, a nostre spese, un 45 giri di prova (I Think It’s Gonna Work Out Fine, 1961, di Rose Marie McCoy, Sylvia McKinney / Can You Jerk Like Me, 1964, di George Hunter Ivy, William Stevenson). Lo conservo ancora: è semplicemente terribile ma è un link con la mia gioventù.

 

 

 

D: Sei ancora in contatto con i tuoi ex compagni di avventure?

R: Ahimè, neppure uno. Quando mi sono stabilito in Italia, ho perso molti contatti.

D: Qual è la cosa di cui sei più orgoglioso riguardo quegli anni? E quale il più grande rimorso?

R: Non penso di poter essere orgoglioso di com’ero in quel periodo. Certamente, avrei dovuto studiare di più. All’epoca, facevo quanto basta per raggiungere un obiettivo.

D: So che ti sei trasferito in Italia già negli anni ‘70, quindi pochi anni dopo le vicende di cui abbiamo trattato finora… come sei capitato a Genova?

R: Dopo un divorzio (mi sono sposato a 19 anni ma non ha funzionato, nonostante due bei bambini) avevo bisogno di cambiare aria. Una mia amica era appena tornata a casa, in famiglia, dopo un periodo di studio a Londra. Mi suggerì di venire a vedere Genova. Mi trovò una sistemazione temporanea e arrivai a metà gennaio 1973, il mese che la Gran Bretagna entrò a far parte della CEE (poi EU). Dico subito che mi sono trovato benissimo a Genova (salvo il fatto che non parlavo una parola d’italiano). Per quasi due mesi ho girovagato per la città e per la Liguria. Che bei posti ho trovato. A marzo, ho avuto un colpo di fortuna e ho cominciato a insegnare inglese in un’ottima scuola privata. Non avevo mai insegnato prima ma era, per fortuna, molto facile per me. Ho studiato molto e ho avuto successo per i seguenti tre anni. Nel frattempo, mi sono innamorato dell’Italia.

D: Com’è stato trasferirsi in Italia negli anni di piombo, e come questo ha cambiato il tuo modo di rapportarti alla musica?

R: Certo, gli anni di piombo erano pieni di problemi. Il terrorismo era una cosa molto sentita e dovevamo stare attenti. C’erano anche altri problemi, per esempio l’inflazione a oltre il 20%, l’austerità, la disoccupazione, l’introduzione dell’IVA e l’IRPEF ecc. La musica italiana era completamente diversa da tutto ciò che avevo sentito fino a quel momento. Non solo, la musica inglese e americana arrivava nelle discoteche con un certo ritardo. Non dimenticare che non c’era internet, né i telefonini, né la televisione a colori. Man mano che imparavo la lingua, mi piaceva sempre di più la musica italiana di ogni genere.

D: Hai continuato a interessarti alla musica in qualità di musicista anche una volta arrivato in Italia?

R: Conosco i miei limiti. Tutto andava bene per un ragazzo nella società libera del dopoguerra londinese. Qui, non c’erano le condizioni. Ho dovuto lavorare tanto per ricrearmi una nuova vita.

D: Che tipo di lavori hai fatto una volta arrivato in Italia, e di cosa ti occupi oggi?

R: Dopo tre anni felici alla scuola d’inglese, uno dei miei studenti mi suggerì di fare domanda presso una società della Finsider. Stavano assumendo giovani diplomati e laureati per il commercio estero dell’acciaio. È andata bene e sono stato assunto nell’agosto 1976, un mese dopo il mio matrimonio. A ventisette anni, è stata una nuova occasione per ricominciare, con un lavoro totalmente inatteso e con tutto da imparare. Mi sono buttato e ho scoperto che era proprio il settore per me. Partendo dal basso, ho fatto carriera in varie aziende del gruppo e sono andato in pensione con la posizione di responsabile commerciale estero del Gruppo ILVA. Oggi, oltre a una piccola attività di insegnamento e traduzioni in inglese, mi dedico a funzioni non retribuite a favore della cittadinanza, in seno al Consiglio d'Amministrazione e l’Ufficio di Presidenza dell’Ospedale Evangelico di Genova. È importante tenersi attivi, per non invecchiare troppo velocemente.

D: Se dovessi dare un consiglio a una giovane band che inizia a fare musica oggi, cosa ti senti di poter dire?

R: Prima di tutto, di non fate i nostri errori. Per suonare la musica, anche la più leggera, ci vuole una base che va molto oltre strimpellare qualche accordo. Ho ben presente l’esempio di un clown; prima di fare lo scemo e cadere ovunque per far ridere la gente, deve imparare ad essere un acrobata esperto. Ho avuto la fortuna di avere una voce discreta e ho sempre cantato, nella doccia, in qualche corale, con la radio (e Shazam). La musica sta nell’anima e penso di averla passata in qualche modo a mia figlia che suona il pianoforte e il sassofono.

D: Che consiglio daresti al Peter ventenne col senno di poi?

R: Nella nostra società, lo studio è l’unico dovere che un giovane ha nella vita. Tutto il resto (musica, sport, viaggi, amore ecc.) è realizzabile ma non si deve mai perdere di vista quell’unico dovere, che va fatto bene. Il premio, poi, è di poter trovare un lavoro e degli interessi che appagano. Una buona base rende più facile il realizzarsi in settori molto diversi tra loro. Nessuno sa cosa ci riserva la vita. Io sono stato fortunato e ho potuto ripartire con una nuova vita che mi ha soddisfatto pienamente (con qualche tragedia e alcuni periodi difficili, naturalmente). Ma ho dovuto imparare la base sul campo e ciò ha reso tutto molto più difficile.

D: Peter, grazie ancora per il tuo tempo e la pazienza, e soprattutto per aver voluto salire sul treno dei ricordi con noi. La chiusura è a tuo piacere!

R: È stato un piacere per me tuffarmi in un lontano passato. Come hai potuto vedere, la mia gioventù è stata abbastanza normale per il tempo e il luogo. Ho, per caso, avuto la fortuna di incrociare brevemente la strada di una band che sarebbe diventata tra le più grandi rock band di tutti i tempi. È stato per me un privilegio. Mi viene in mente una nota negativa. È impossibile comunicare con Roger Daltrey. Ho cercato di farlo quando lui è venuto a Genova, nel 2012. Ho scritto al fan club e all’organizzazione del tour ma non ho mai ricevuto un riscontro. Sarebbe stato molto bello poterlo incontrare di nuovo. Pazienza.