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Humble Pie e Grand Funk giugno 1971

Scritto da: MAT2020

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GRAND FUNK & HUMBLE PIE in Italy, CIAO 2001, 1971
 
Nel giugno del 1971 CIAO 2001 ricordava il "doppio" concerto dei Gran Funk e Humble Pie, tenutosi a Roma e Milano.
A Roma la conferenza stampa fu tenuta in un "tram" dell'Atac!!! (a seguire la recensione fatta dall'epoca dal compianto Ernesto de Pascale)
 
Di tutto un Pop…
 
Wazza

 

 

Di Ernesto De Pascale
 
“Un sòla”… lì per lì non capisco: una nota musicale di sol al femminile?, un uomo solo ma declinato male? Non “Un” ma “Una sola” nel senso di una sola volta, una sola cosa, la suola di una scarpa? boh! Sinceramente non capisco.
 
Nel caldo romano odierno, di questi “un sòla” ce ne devono essere molti, o chi per loro in giro, visto che, davanti ai cancelli del Palaeur - dove mi trovo per un concerto pazzesco ed attesissimo da settimane e per il quale ho convinto la mia famiglia ad emigrare nella capitale - mi imbatto in una discussione sul gruppo che apre la serata e che, per l’animato relatore, è guidato da “un sola”. Giungo alla conclusione che, qualsiasi sia il significato nella migliore accezione del termine, sto’ sola ò è un ganzo o una mezzasega.
 
Il giovane in questione che conduce la discussione- canotta militare, ray ban da sole, capelli lunghi ondulati con la divisa su un lato, baffetti, jeans scampanati con bordino di merletto ricamato che denota una certa cura nel trattamento, clark marroni e, immancabile, tascapane – sta facendo capannello descrivendo il gruppo spalla come capitanati da “un sola”, un traditore che aveva mollato nel momento di maggiore successo il suo vecchio gruppo per formarne uno nuovo.
Il giovane, per un insieme di cose, dal tono della voce all’entourage che lo accompagna, anni dopo avrei pensato essere Nanni Moretti
 
Visto che io conosco a mala pena il gruppo in questione, se non per un album acquistato la settimana prima a Viareggio al negozio di Corrado Fontana, Fontana dischi (oggi Mondodisco), e che ho suonato a tutta manetta continuativamente per sette giorni, faccio fatica a entrare nel merito.
 
 
 
A me questi Humble Pie (così si chiama la band mentre il loro leader si chiama Steve Marriott, questo lo so!) mi sembrano molto ganzi, caro amico “un sola”, però mi esento dal dirglielo visto che non conosco nessuno intorno, che sono il più piccolo e che qui mi ci ha portato mio padre al quale ho imposto letteralmente di stare alla larga da questo luogo di rock & roll.
Infatti, lui mi ha mollato all’inizio della Cristoforo Colombo e se ne è tornato in città eseguendo alla lettera i miei desideri (a 3 km dal palasport, che ho fatto a piedi, chi se la sentiva di chiedere uno strappo come tanti altri facevano…).
 
Insomma, il tipo, qui, fuori dal Paleur, va avanti un bel po’ in mezzo a un capannello che va aumentando di numero fino a che uno, più anziano, o almeno così sembrava - ma a dire il vero mi parevano tutti grandi quelli lì- uno con la barba lunga fino quasi alla pancia – che anni dopo ricollegherò essere Paolo Zaccagnini o il suo sosia – dopo averlo ascoltato un po’ con un sigaro fra i denti, non lo zittisce, tirandogli “una pizza” in viso, quasi facendolo cadere, mandandolo via piangendo e urlandogli dietro
Davanti ai cancelli del Palaeur, intanto, è un delirio.
La gente urla incazzata che non vuol pagare le 1500 lire del biglietto perché – affermano – il prezzo è troppo alto e che, se non entrano gratis, “sfondano”. Io, che ho un biglietto comprato all’Orbis, il box office degli anni settanta a Roma, svicolo dentro quatto quatto mentre fuori sento urlare slogan celebri dei cortei dell’epoca come “celerini assassini“ (ma fuori non è successo nulla!), “jimi, Eric, Mao Tse Tung” (il compromesso politico-musicale avanza!) e altri meno celebri ma più geograficamente collocati come un mastodontico “Forza Roma!” e un più generico “ladri, ladri”, che in Italia funziona bene sempre.
Anche oggi.
Dentro il Palaeur sembra di stare al Super Dome di New Orleans dopo l’uragano Katrina.
Lo sbraco più totale imperversa.
L’aria condizionata non esiste (c’era scritto sul biglietto che al Palaeur c’era, era un segno distintivo dell’epoca!).
Non importa però.
Il fascino è così forte che l’odore del profumo patchouli, misto a pecorino da calzini sporchi una settimana assomiglia, in quel momento per me, all’odore di una rosa di prima mattina: Straordinario!
E se è il rock & roll, mi dico, deve essere così: let it be, lascia che sia
(le mie conoscenze dell’inglese erano, al momento del concerto, limitate a poche canzoni, poi sarei migliorato!).
Torniamo al disco più recente del gruppo che la formazione inglese questa sera presenterà e che da poco ho comprato e di cui vado fiero: esso ritrae una serie di poliziotti motociclisti che si sono montati in testa l’uno all’altro e io ho passato l’intera settimana precedente al concerto a studiare la loro faccia per tentare di capire come avevano fatto a non cascare tutti.
 
Ma certo! Era stata la musica a dargli la forza di resistere, mi ero detto e giustificato: un cazzotto nello stomaco che li aveva compressi e impacchettati l’un sopra l’altro.
 
Ero, infatti, sicuro che la foto di “Rock On”, questo il titolo dell’album, era stata scattata mentre i motociclisti stavano ascoltando il contenuto sonoro del disco, una musica tozza e sporca e dura dal sapore blues che riempiva il cuore di piacere.
 
All’epoca del disco ero certo, anzi certissimo che le foto di copertina si scattavano facendo ascoltare ai soggetti i dischi che avrebbero rappresentato, per una semplice questione di pertinenza e aderenza ai contenuti, no?
 
Ad esempio, alla mucca di Atom Heart Mother avevano – sicuramente- fatto sentire tutta la suite dei Pink Floyd e alla tipa sul disco di debutto dei Black Sabbath tutto l’album dei quattro di Birmingham.
Andatevi a riguardare la copertina in formato ellepi dell’epoca e ditemi se sbaglio oppure no!
 
Riflessione a parte, devo confessare che avevo, in cuor mio, una vaga speranza di ritrovare sul palco del Palaeur, oramai un brodino per la temperatura tropicale, quello stesso show circense visto sulla cover del disco degli Humble Pie ma quando i quattro musicisti montano sul palco dell’enorme caverna capisco che le cose, per la prossima ora, sarebbero andate diversamente.
 
Annunciati fra una selva di fischi diretti a David Zard, un giovane impresario ebreo che si vocifera ricicli i soldi e lavori per la CIA, i Pie entrano come leoni nell’arena.
 
Il leader del gruppo, “un sola”, è in verità uno spiritato tappetto non più alto di Renato Rascel (all’epoca i termini di paragone erano quelli, mi dispiace. Prince non c’era ancora e se ci fosse stato avrebbe avuto la mia età, 13 anni!) che sbraita e urla e si rotola sul palco mentre i suoi soci con una certa nonchalanche gli ruotano intorno in una danza cannibalesca.
 
Il gruppo, attaccatosi agli ampli con lunghi cavi come funi, con lo spirito del musicista plug & play al quale frega ‘n cazzo tanto sa sempre cosa tirar fuori dal suo strumento - infatti fischia tutto! - partono con un boogie orgiastico menando come pazzi e sparando bordate dai loro amplificatori Marshall ed Orange alle prime file, centrandomi, immancabilmente, in pieno.
 
È in quel momento che comprendo che gli Humble Pie suonano con l’intenzione di fare male all’ascoltatore e lasciare il segno.
 
Questo rock, mi dico, è, a parte il dolore auricolare, un piacere, un vero piacere: una venatura di blues e rhythm & blues emana da tutti i pori dei quattro.
I riff sembrano sciabolate!
 
Il bassista (Gregg Ridley), un biondo crinito, sventola i lunghi capelli a tempo con maggiore insistenza proprio quando il batterista (Jerry Shilrey) cerca disperatamente di bucare i tamburi con delle mazzate così roboanti che il Palaeur trema e pare stia per cadere.
Un secondo chitarrista con la faccia d’angelo (Peter Frampton) tiene le redini della danza ed è così giovane che per mesi e anni a venire sono rimasto convinto fosse minorenne.
Nel mezzo della baraonda Steve Marriott canta il blues come non avevo visto fare a nessun bianco.
 
A un certo punto mi soffermo sugli abiti di scena del tappetto: pantaloni di flanella (cazzo! è giugno) tenuti su da delle bretelle con la union jack e delle scarpe basse di corda. Niente altro.
 
Marriott è matido di sudore. Sono talmente vicino a lui che noto un’otturazione tra i molari destri superiori. Ogni tanto, per allentare la tensione sputa per tera e si grata il sedere.
 
Lo show va avanti con la furia di quello che sa che il traguardo è in cima alla montagna.
Non so dietro di me il gradimento, ma qui davanti, nel golfo mistico, il feeling è altissimo.
 
Gli Humble Pie chiudono l’ultimo pezzo con la stessa classe con cui un camionista sonnambulo lanciato a tutta velocità tira il freno a mano a un metro da un muro.
Adesso Steve Marriott è steso al suolo come un pugile a knock out.
 
La gente applaude ma lui resta lì. Immobile. Nell’enfasi e nell’estasi generale la gente continua ad applaudire. Poi il silenzio scende per un attimo sul Palaeur ma dal brusio è evidente che il pubblico non ha capito la gravità della situazione.
 
Tutti riprendono a battere le mani mentre io inizio ad andare in paranoia e penso che Steve Marriott sia morto qui, stasera, A Roma, davanti a miei occhi, a un metro da me.
 
E’ tutta una ridda di pensieri velocissimi. Eppure, dopo l’iniziale spavento il mio umore cambia repentinamente e mi esalto e mi galvanizzo all’idea di aver visto il primo morto da troppo rock. Cazzo che scoop!!! E a soli tredici anni…
 
Due tecnici appaiono a questo punto sul palco e, senza proferire parola né una smorfia sul viso, prendono Marriott di peso e se lo tirano via sulle spalle.
 
Poi, è questione di un attimo, il gran colpo di teatro: le luci si accendono tutte e Steve ritorna in scena, sorridente, seguito dai suoi e saluta, tutti salutano. Gli applausi si moltiplicano.
 
Per le migliaia di persone non è accaduto nulla. L’ultimo è un applauso da Colosseo alla “morituri te salutant” quello che accompagna la scena finale, mentre dagli spalti ricompare l’immancabile coro “Forza Roma, Forza Lupi, Sò finiti i tempi cupi”.
 
Steve- penso- sei “un sòla”…
 
Questo è il mio ricordo degli Humble Pie come supporter dei Grand Funk Railroad, trio di cui rimembro ben poco se non che facevano il doppio del casino dei Pie.
 
Il repertorio di Marriott e soci?, chiederanno i (pochi) fans rimasti oggi aficionados della band: esattamente il doppio live “Rockin’the Fillmore” registrato solo il mese prima, che andai ad acquistare sempre a Viareggio, sempre da Fontana, appena pubblicato, e immediatamente mandato a memoria da allora fino a oggi.
 
Quando tutto il pubblico defluisce lentamente dal palasport noto qualche faccia famosa fiorentina mentre cerco di raccogliere i commenti. Fra loro spicca per altezza e sagacia “La Nonna” personaggio che anima i pomeriggi del “Sala Disco” di via Vecchietti, a Firenze, l’unico negozio che venda dischi d’importazione, con i suoi commenti. È uno, “La Nonna” a cui piacciono solo i dischi” strani” ma i concerti, quelli no!, non se ne perde uno e già nel 1971 è un veterano.
 
“La Nonna” a voce alta, come presto scoprirò essere sua abitudine fare, licenzia la serata, senza essere stato interpellato da alcun presente, con due sole parole: ”Bella Cagata” ma non farà in tempo a terminare l’ultima sillaba che lo stesso barbuto castigatore di cui sopra, facendosi larga tra la gente, lo mette a terra con “una pizza” tirata con una copia accartocciate del quotidiano “Il Messaggero” ( dove molti anni dopo il presunto o il suo sosia, sarebbe andato a lavorare), potente almeno due volte quella del pomeriggio e, fra le risate e i lazzi, lo liquida nello stesso modo con cui aveva liquidato nel pomeriggio il suo concittadino: ”tu nun ce capisci un cazzo de stà robba!” aggiungendo perentorio”...e tornatene a casa” concludendo con l’immancabile firma capitolina: “stronzo!”.
 
La serata finisce lì.
Enuff said!
 
Le parole del barbuto sceriffo, miste ai watt della serata e al ricordo della mezza bottiglia di Jack Daniel che Marriott si era tirato giù nel corso dello show, mi faranno girare la testa per un bel po’, conscio di aver toccato con mano il vero rock, in tutte le sue forme e sfumature, orgoglioso di essermi conquistato la prima fila, di aver vissuto una “vera” rissa per motivi musicali, di quelle che ti fanno togliere il saluto, nel nome di un ideale.
Resto solo deluso (un po’, solo un po’…) dal mancato decesso in diretta, lì, sul palco, di Steve Marriott.
I Pie mi resteranno per sempre nel cuore.
 
Prima della sua prematura scomparsa, il 20 aprile 1991 nel suo cottage nell’Essex, avrei rivisto Steve Marriott ancora una volta, quasta volta insieme a Ronnie Lane, già suo compagno d’avventura nei mod-issimi Small Faces, nel 1980, dal vivo all’Hope & Anchor, uno storico rock club di Londra, ma l’intera serata aveva un tono dimesso, da viale del tramonto, da dimenticare.
 
Meglio mantenere forte nella memoria il ricordo degli Humble Pie.
Quei tipi Plug & Play dallo spirito olimpionico che non si arresero neanche davanti all’evidenza dei tempi che cambiavano più veloci dei loro boogie.
 
Ricordate, allora: colui che cerca di mutuare la vecchia storia per cui chi ha vissuto i sessanta se ve li racconta significa non c’era e tenta di rifilarvi la stessa abbinandola ai settanta, è solo “un sòla”.
 

Per zittirlo, tirategli “una pizza”…