A Total Wall - Delivery

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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A Total Wall Delivery(Autoprodotto, 2017)

Voto: 70

#PER CHI AMA: Djent/Math, Meshuggah

 

 

 

Dopo tre EP all'attivo, era giusto che arrivasse anche il debutto sulla lunga distanza dei milanesi A Total Wall. È uscito cosi 'Delivery', lavoro che assegna l'ostico compito ai nostri di rispondere ai gods mondiali nell'ambito del djent, con quel suono caratterizzato dall'ampio uso delle poliritmie, per intenderci in stile Meshuggah e chitarre downtuned. Fatta una breve cronistoria di un genere che ha avuto la sua esplosione nel biennio 2010-2012 e che poi si è un po' ridimensionato, veniamo alla band di oggi, gli A Total Wall appunto, un muro totale come quello innalzato dalle chitarre a nove corde dell'axe man Umberto Chiroli. Per capirci ulteriormente su cosa aspettarsi sparato nei nostri timpani, immaginante il rifferama pesante e sincopato dei Meshuggah, contrappuntato da un dualismo vocale fra un growling schizofrenico e un pulito a tratti poco convincente. Le linee di chitarra della opener "Reproaching Methodologies" non solo risentono dell'influenza dei master svedesi, ma mi pare di scorgere anche palesi influenze math, in un sound decisamente nevrotico e claustrofobico. Attenzione a non aspettarvi una musicalità comparabile a quella dei Tesseract, molto più accessibili e melodici, gli A Total Wall in "Evolve" sapranno come farvi sbiellare il cervello con il loro rifferama contorto e nervoso, ma pur sempre carico di groove. Non male la sezione solistica anche se troppo ermetica e breve nei suoi lisergici stacchi visionari che ne rendono ostico l'approccio. I toni si fanno più scuri nella terza "Sudden", ma è prettamente una questione legata all'atmosfera che si respira durante il suo ascolto, curata dai synth di Davide Bertolini, anche se la ritmica qui è decisamente più controllata e i nostri cercano qualche effetto addizionale per cercare di non risultare troppo didattici nel loro assalto sonoro; utile a tal proposito un paio di break ambientali nel corso del brano. Il riffing magmatico, ossessivo e tipicamente meshugghiano torna in "Maintenance" che verrà ricordata dai posteri più che altro per la stonatura del vocalist nella sua versione pulita. Passo avanti e mi faccio investire dalla feroce "Lossy", che mantiene intatta l'architettura sonica dei nostri (attenzione ad abusarne eccessivamente), cercando di mitigarne la prolissità ritmica nuovamente con l'utilizzo dei synth, rallentamenti vari ed un break davvero indovinato a metà brano (questa si che è la strada giusta). Ottima sicuramente la performance dei singoli, per cui sottolineerei il lavoro al basso di Riccardo Maffioli. Nel frattempo si giunge a "The Right Question" e a delle ambientazioni nuovamente oscure e rarefatte che preludono ad una ripartenza schizoide cosi come era stato per la opening track. Il vocalist qui sperimenta un cantato cibernetico che i Cynic proposero nel lontano 1991 nel loro inarrivabile 'Focus'. La title track si muove su saliscendi ritmici, in un'alternanza tra repentini cambi di tempo e di voce, qui proposta in una nuova veste. Brillante il break jazzato che ci porta per qualche secondo (troppo poco) in un jazz club di New Orleans. Il disco si chiude con "Pure Brand", ultima traccia di un disco decisamente non facile da affrontare, a causa di una monoliticità di fondo di un genere non propriamente adatto a tutti i palati. Buon inizio comunque, ora è necessario trovare variazioni adeguate al tema, per non scadere nella riproposizione di quanto fatto dai maestri.