NINE INCH NAILS - The Downward Spiral

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: Sam2882

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(1994) NINE INCH NAILS – THE FRAGILE (1999)

Tracklist

  1. Mr. Self Destruct
  2. Piggy
  3. Heresy
  4. March of the pigs
  5. Closer
  6. Ruiner
  7. The Becoming
  8. I do not want this
  9. Big man with a gun
  10. A warm place
  11. Eraser
  12. Reptile
  13. The downward spiral
  14. Hurt

Definito anche il disco con sonorità più “forti ed istintive”, TDS pare sia l’album che più ci mostra una band allo stremo, senza freni.
Scritto per lo più d’impatto, la riflessione è messa in secondo piano dallo sfogo e dalla voglia di liberarsi dalla rabbia.
Analizziamo meglio l’album.

La prima traccia che incontriamo è “Mr. Self Destruct”, in cui parte subito un suono ripetuto, come di una palla che rimbalza, per poi passare ai synth e alla voce subito rude e arrabbiata, con un tono proprio di sfogo.
Le sonorità sono per lo più elettroniche, gli strumenti veri e propri sono “alterati” dai synth: dopo poco meno di due minuti il ritmo cala fino ad essere di sottofondo, con una voce udibile a malapena. Man mano che passa il tempo la voce diventa sempre più alta, fino ad arrivare al clou con il ritornello; è infine che torna la quiete.
Troviamo poi “Pig”, caratterizzata soprattutto dalla batteria e dal basso. La voce è sussurrata e dolce, come a voler penetrare nella testa e a rimanerci per un tempo illimitato; una specie di tantra (preghiera buddista). Dopo quasi due minuti il ritmo si fa via via più intenso, seguito a ruota dal tono di voce un poco più alto, come a voler sottolineare il fatto che “nessuno può fermarmi” (frase ripetuta proprio come il tantra): solo la batteria diventa sempre più frenetica, in modo da contrastare la voce suadente e profonda, tenuta calma a fatica. Solo alla fine il synth riempie il vuoto lasciato dalla batteria, accompagnato solo dal basso.
“Heresy” invece inizia proprio con synth e batteria duramente suonati, oltre alla voce un pelo modificata; solo nel ritornello torna ad essere la voce del Trent di sempre, contrario al dogma più grande di tutti che ancora aleggiano nel mondo: la religione. (“your god is dead and no one cares” recita una strofa)
La voce è un alternarsi di voce rabbiosa e voce modificata, su base forte e ruvida. I suoni sono per lo più grezzi, in cui la rabbia aleggia e trova un comodo posto.
Una delle tante canzoni su cui fare headbanging e cantare a squarciagola insomma.
March of the pigs invece ha da subito un sound da “pogo” con batteria furiosa, synth che sostengono la voce urlata e ritmo che da incalzante si fa morbido, per poi tornare ad essere incalzante di nuovo.
Normalmente viene suonata anche nei concerti proprio per dare “carica” al pubblico: persino nel video si vedono i componenti sfogarsi nel vero senso della parola. Il tutto finisce con la ripresa del fiato da parte di Trent.
Passiamo all’intensa e stupenda “closer”, una delle mie preferite: campionatori che aprono la strada ad una voce suadente, che riesce ad entrarti in tutte le parti del corpo e sconvolgerti i sensi. Il ritornello è forte e diretto: sussurrato poi ha tutto il fascino. I sussurri lasciano il posto alla voce chiara e limpida, in cui ci si può liberamente sfogarsi e lasciare che la testa ciondoli per conto suo seguendo il ritmo che la batteria crea. Anche questa normalmente è inserita nella scaletta dei concerti: suonata dal vivo ha più un tono cupo e forte, oltre a riuscire a movimentarci per bene.
Il tutto termina con il pianoforte, proprio per sottolineare la quiete dopo la tempesta (ormonale forse).
Si prosegue poi con “ruiner”, iniziando con batteria e campionatori. Più passa il tempo e più la batteria pesta, per dare anche il senso di quanto possa “rovinare” le nostre orecchie se ascoltata a volume alto (praticamente quello che sto facendo io nel frattempo). Dopo i due minuti e mezzo abbondanti, la batteria e i campionatori lasciano spazio a delle note di basso e chitarra elettrica (dei veri e propri “solo”), accompagnati da un’appena percettibile batteria. Dopo un buon minuto torniamo alle sonorità di inizio canzone, scandite da un tempo poco più tranquillo e da una voce sensualissima, riprendendo la frase trovata anche in Pig.
Da un campionatore che introduce la batteria e delle urla in sottofondo si apre la bella quanto cattiva “the becoming”: la batteria si impone sulla canzone, quasi a voler sormontare persino la voce; il sottofondo “urlato” ha un eccellente parte, rende la canzone più cruenta e più perfida. Solo poco prima dei 3 minuti il tutto si ferma per lasciare spazio ad una chitarra acustica, ma che in mezzo secondo rilascia il posto ai campionatori e alla batteria. Le urla in sottofondo sono cessate, ma ci pensano le tastiere a ricreare quella sonorità di “drammaticità”. Persino la drum machine fa il suo ingresso alla fine, per lasciare di nuovo spazio alla chitarra. Sarà poi lei che chiuderà quest’esperienza di pura cattiveria.
I do not want this invece si collega alla precedente tramite le tastiere, che poi si trasformeranno in pianoforte accompagnato dalla batteria e dalla voce già più posata.
La calma però è apparente, dato che si entra nel vivo con un “don’t you tell me how I feel”, sottolineato dalla chitarra elettrica distorta; anche qui il ritmo è come un’onda, con degli alti e dei bassi. Ma tutto sommato la voce si sposta solo dal sussurro all’urlo pieno di rabbia e istintivo, tipico di chi è abituato a sentirsi dire cosa fare e cosa non fare. Il ritornello è scandito solo da note di chitarra, che però sono brevi e intense. Il tutto dopo i 3.30 diventa solo un gran miscuglio di note distorte e di sound quasi portato alla sincope: solo la voce riesce a portare ordine (per molto poco) e a farsi seguire da chitarra elettrica e batteria, concludendo in modo sbrigativo.
Infatti “big man with a gun” inizia proprio con un ritmo violento e rude da parte della batteria, accompagnato da campionatori e dalla voce un pelo modificata.
Tutto il ritmo è frenetico e istintivo: riuscire a seguire la batteria con la testa è quasi un’impresa titanica. Tutta la canzone dura un minuto e mezzo, enfatizzando la successiva “a warm place” e rendendola quasi un’oasi di pace per le orecchie, in cui riuscire a rilassarci al suono di soli campionatori (un ritorno all’elettronica pura e semplice? Sembrerebbe di si). Questa è la canzone a mio avviso più dolce di tutto l’album, in cui si presenta agli occhi un’immagine di sospensione: sembra di essere proiettati in una dimensione in cui niente e nessuno può farci del male. Solo qui si può ritrovare la calma che in tutto l’album finora è sempre mancata.
Eraser inizia più dolcemente, collegandosi tramite le tastiere alla precedente. Ma man mano che la canzone prosegue, i campionatori aumentano il volume delle note, fino ad introdurre un ritmo di batteria violento e sbrigativo, prevalendo sui synth. Dopo il minuto e mezzo la canzone si divide a metà: da una parte la mano “umana” alla batteria e dall’altra la mano “elettronica” delle tastiere. Dopo 3 minuti e mezzo di ritmo frenetico, s’inserisce la voce di Trent bassa e dolce, per poi diventare astiosa e di puro sfogo. Il tutto si conclude dopo un minuto con la chitarra distorta e la batteria che s’interrompe subito.
Sarà poi l’atmosfera cupa e appena percettibile che introdurrà “reptile”, formata per lo più da synth e batteria (come la maggior parte delle canzoni dell’album, se non tutte). La batteria però è accompagnata anche dalla drum machine più che dai synth. Tutto il ritmo è calmo e persistente, quasi ipnotico, se non fosse per la voce che ti riporta alla cruda realtà. Chitarra distorta e batteria sono all’ordine del giorno nel ritornello, lasciando poi però tutta la scena al synth e alla batteria magistralmente condotta da Chris Vrenna. Dopo un attimo di calma apparente ritorna la drum machine e il ritmo ipnotico, che si protrarranno sino alla fine per essere brutalmente interrotte. The downward spiral invece inizia con la flemma che solo a warm place aveva: riprende un riff già sentito alla fine di un’altra canzone “the perfect drug”: il tutto a base solo di tastiera e pianoforte “modificato”. Ciò accompagna l’intro di un basso, sostenuto da un synth appena percettibile in sottofondo. Un urlo “coperto” lacererà questa calma creatasi, con la voce di Trent (non cantata, ma semplicemente parlata) in primo piano, calma e pacata. Si giunge così alla canzone più intensa e più personale che T-Rez potesse mai scrivere: hurt. L’inizio è accompagnato da chitarra e synth; l’atmosfera è melanconica e la voce è poco più di un sussurro. Il fatto di essere stata scritta di getto in una mezz’ora spiega tante cose: si direbbe il testo più personale e più dolce che quest’album potesse mai presentare. Dopo i due minuti la chitarra lascia la scena alla batteria, quasi simile ad un unplugged: batteria e chitarra faranno a gara per prendersi il posto in prima fila, con Trent pieno di tristezza e delusione che cerca di trovare un appiglio per non cadere ancora più in basso. L’atmosfera è sempre più cupa e decadente, coronata infine da un assolo di chitarra distorta.

Con questa chitarra si conclude l’album, quasi a voler riscattarsi in un mondo che mai è stato semplice e mai lo sarà.
Piccola curiosità: l’album è stato prodotto al 10050 di Cielo Drive. I più sicuramente non sanno a cosa corrisponda quell’indirizzo, ma alcuni sicuramente sì. Si tratta della casa dove l’ex moglie di Roman Polanski, Sharon Tate, venne uccisa da Charles Manson e la sua “family”.
Mr. Reznor ha affittato per tutta la durata dell’album (e anche il precedente EP “Broken”) quell’enorme villa, in cui girò persino il video di “gave up”: infatti si può facilmente intuire che anche l’ambiente ha “gravato” parecchio sulla riuscita dell’album.

A parte questo, l’album in se è molto più rude rispetto ai seguenti; ha più parti elettroniche e sonorità industrial rispetto a the fragile.

Alla batteria troviamo però ancora Chris Vrenna: sarà dopo quest’album e alcuni remix che lascerà il progetto NIN per andare in proprio.

Voto: 8.5