CUT THE END - Dawn’s Death to Dusk

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: franz

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(Self, 2011)

Voto: 85

Non appena ho ascoltato la prima traccia di questo cd, me ne sono immediatamente innamorato. “Born From the Earth” apre in modo tiepido, malinconico e dannatamente accattivante, lasciandomi intuire (erroneamente) fin da subito che quello che ho oggi fra le mani è un cd di post rock. Sicuramente si può cadere nella tentazione di una simile definizione durante l’ascolto degli iniziali sei minuti della traccia d’apertura, perché non appena prende il sopravvento il suono roboante delle chitarre e le vocals rabbiose dei due cantanti, il timido sound della band catalana diventa un’ondata di metallo contaminato trasudante rabbia, in grado di mischiare le carte più e più volte nei suoi 43 minuti di musica, distribuiti su cinque brani. Dicevo delle bellissime melodie poste all’inizio del cd, che si trasformano ben presto in una cavalcata apocalittica, in cui converge tutto quanto di buono in ambito post metal è concepito oggi. Come al solito, rimango disorientato quando di fronte mi ritrovo qualcosa di innovativo, perché sono felice di poter credere che nel metal ci sia ancora un sacco di cose da dire e sono certo che gli spagnoli Cut the End rientrino nella schiera di band capaci di sperimentare e stupire, anche con poco, ad essere sinceri. Eh già, perché la successiva “Treason, Pleasure & Pain” sembra più un pezzo degli ultimi Entombed (che c'entri qualcosa il mastering ai Cutting Room Studios di Stoccolma?), quelli più grooveggianti ma che comunque non disdegnano una certa pesantezza e velocità nelle ritmiche, il growling feroce delle vocals, ma che tuttavia strizzano l’occhiolino a qualcosa anche di più “commerciale” (vi prego passatemi il termine). Il sound del quartetto di Barcellona si fa più soffocante ed oppressivo con la terza “Les Malheurs de la Vertu”, dove a sostenere il tutto c’è un riffing nervoso di chiara matrice svedese death metal, sporcato però nelle sue parti strumentali, da influenze tipicamente statunitensi (stoner/western mi verrebbe da dire). La mia testa viene avvinghiata da un riff di chitarra che si insinua, come una cimice nel corpo, impossibile da identificare, e che quindi mi tiene costantemente compagnia. Nel suo incedere, la song si fa più cerebrale, si condisce di nuovi elementi, talvolta assai psicotici, pescati anche in ambiti più disparati quasi progressivi, tenendo comunque come elemento portante, quella ritmica iniziale selvaggiamente inquietante. Passano i minuti e vengo annichilito dal furente sound dei nostri, che in “The Sound of Fallen Leafs”, danno sfoggio a tutta la rabbia, investendoci con un pezzo tirato di death/hardcore assai tecnico (mostruoso il lavoro alla batteria, assai fantasioso). Siamo quasi giunti alla conclusione di “Dawn’s Death to Dusk” ma ci aspettano ancora i dieci minuti finali di “Expired Shortest Distance”, con i quali i Cut the End, fanno breccia definitivamente nel mio cuore con una miscela condensata di post metal, con il growling che si intreccia con linee pulite di voce, un drumming costantemente preciso e ipnotico, le chitarre alla costante ricerca del riff sperimentale, il riff che si incunea nel nostro cervello e non ci molla più. Sono folgorato, esaltato dalla proposta musicale dei quattro musicisti di Barcellona, che oggi mi hanno dato una bella lezione: la Spagna non è solo calcio, belle donne, spiagge assolate o sangria; oggi c’è una cosa in più: i geniali e selvaggi Cut the End. Post Moderni!