Aeris - Temple

Postato in Il Pozzo dei Dannati

Scritto da: Stefano Torregrossa

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Aeris Temple(Autoprodotto, 2013

Voto: 80

#PER CHI AMA: Post metal strumentale, Jazz-metal, Math 

 

 

Il grande difetto del post metal strumentale (e di qualunque post-genere senza cantato, per inciso), l’ho già detto in passato, è la noia: anche un appassionato, di fronte a minutaggi infiniti di chitarra-basso-batteria che si ripetono fino all’ossessione con il solito trucchetto del veloce-lento-veloce, rischia lo sbadiglio automatico già a metà del primo ascolto. Fortunatamente, non è il caso di questo 'Temple' dei francesi Aeris: il quartetto d’oltralpe concentra in soli 28 minuti (avete letto bene: 28 minuti, quasi un record) una tale quantità di generi, sottogeneri e influenze da lasciare sbigottiti. Il lavoro è diviso in tre movimenti, per un totale di sette tracce. La opening track “Fire Theme” e la successiva “Rising Light” ruotano attorno ad un tema di memoria meshugghiana, condito da una potentissima sezione ritmica e una partitura di chitarra sulle note più alte che non può non ricordare i più famosi Gojira, anch’essi francesi. Incastonato tra le due tracce, il piccolo gioiello “Hidden Sun”, giocato su atmosfere drone (Sunn-O))) e Boris) di echi, feedback e violenza pronta ad esplodere. Le seguenti “Richard”, “Horizon” e “Robot” (tutte parti del secondo movimento), si spostano invece in territori più jazz-metal: gli strumenti sperimentano ritmiche meno aggressive ma altrettanto estreme nella costruzione, scale fusion e suoni tutt’altro che banali, dando prova della grande tecnica del quartetto d’oltralpe. Chiude il disco “Captain Blood”, vero capolavoro dell’album, capace di evocare le atmosfere dei primi King Crimson ripassati nel tritacarne del metal moderno: l’ossessività delle linee melodiche e la follia appena trattenuta degli assoli fanno da contraltare ad una sezione ritmica incredibilmente precisa e potente. Un parola anche sull’artwork, vera nota stonata del lavoro: la pur bravissima illustratrice Clémence Bourdaud non ha, a mio parere, uno stile coerente con quello della band, preferendo un tratto cartoon che, nonostante il soggetto inquietante (un vecchio prete, un cerbiatto, una donna col volto coperto e un piranha in una boccia), non riesce a rendere l’oscurità e il disagio della musica al suo interno. Non è un disco per tutti, non è un sottofondo da ascensore o da supermercato. 'Temple' è un album che richiede concentrazione, attento ascolto e predisposizione – anche e soprattutto perché dura (intelligentemente, direi) meno del solito. È un inno alla sperimentazione e alla creatività, in un genere che troppo spesso sforna mediocrità scopiazzate e dischi che si dimenticano al primo ascolto.