NOMA - Il suon di lei

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Athos_Enrile

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NOMA Il suon di leiAutoprodotto, 2020

 

 

 

Commentare un album come “Il suon di lei” richiede la percorrenza di una strada diversa da quella usuale, perché la visione di insieme è imperativa e le dicotomie normalmente utilizzate nell’analisi di un disco rischiano di sminuire l’alto valore del progetto.

L’idea iniziale non aveva fatto i conti con l’emergenza sanitaria e l'obiettivo era la creazione di uno spettacolo dove musica e teatro potessero fondersi dando vita ad un evento culturale di spessore. Al momento ci dobbiamo "accontentare" delle canzoni, ma appare scontato che arriverà il secondo tempo della partita.

L’interprete di “Il suon di lei” è NOMA, ovvero Greta Dressino, una cantante ligure, giovane ma già esperta, la cui vocalità mi ha sorpreso perché capace di modulare in modo efficace il proprio colore a seconda della storia proposta, e come vedremo si parla di argomenti - e spazi temporali - molto diversificati.

Essendo il messaggio parte fondamentale dei brani - e non è questo fatto scontato - occorre sottolineare che i testi nascono dalla mente di Gloria Bardi, scrittrice e drammaturga.

Ma che cosa propone il contenitore lirico/sonoro?

Partiamo dal titolo, “Il suon di lei”, tratto da “L’infinito” di Giacomo Leopardi, una delle sue liriche più famose.

Il “suono” dell’era in cui Leopardi ha vissuto - un punto fisso che può essere bloccato e utilizzato per ogni periodo della storia dell'uomo - viene comparato con differenti momenti del passato, superando le barriere temporali, abbattendo quel muro che divide il presente dal passato conosciuto… il presente da un futuro ignoto.

Per arrivare al giusto compendio vengono utilizzate otto figure di riferimento - una per brano -, alcune più conosciute di altre, ma in tutti i casi figure femminili, “donne eccezionali, accomunate dal fatto di essersi spinte, ciascuna a proprio modo nella realtà o nella nostra immaginazione, oltre confine, sia esso la tradizionale condizione femminile, uno stigma, una gabbia dorata, un mondo discorde e bellicoso.

Quindi un concept album dichiarato.

Proverò a disegnare gli otto episodi non prima di aver evidenziato i componenti del team al lavoro:

Oltre a Noma (interprete) e Gloria Bardi (autrice delle liriche), si segnala la presenza di Luca Felice (pianista e creatore delle melodie) e quella di Claudio Cinquegrana, solitamente in azione nel ruolo di chitarrista, ma in questo caso, anche, arrangiatore e direttore artistico del progetto.

 

Apre il disco “Margherita, le stelle e i gatti”, dedicato a Margherita Hack, la celebre astrofisica, divulgatrice scientifica e attivista italiana, mancata nel 2013.

Vezzosa tu non sei mai stata, come lo sono le bambine… e non importa se ti chiami come un fiore, hai le radici rovesciate…”.

Una vita intensa, dedita allo studio, all’attività sociale e politica, alla difesa dei diritti civili e degli animali, cercando sempre di guardare oltre, con un telescopio pronto a scrutare le stelle, così come il futuro e l’essenza della vita, alla ricerca di una concretezza che spesso contrasta con la fede. Sino alla fine accanto al “suo Aldo”.

Brano accattivante, dove la base sinfonica e di largo respiro si sposa ad un ritmo moderno e ad una espressività vocale di immediato impatto.

Segue “Alla Spinosa Felicità”, dedicato a Mia Martini, altra eroina dei nostri giorni. Appaiono supeflui gli accostamenti biografici, ma l’utilizzo della sua figura in questo contesto ha il senso del superamento della tragedia personale attraverso la musica e la sua immortalità. Le vicissitudini personali di Mia diventano la siepe che a tratti appare invalicabile, ma che viene facilmente oltrepassata con l’arte, in questo caso quella musicale che, se di qualità, resisterà all’erosione del tempo.

Perché lo sai non c’è stella cadente che non ti strappi almeno un’illusione, e quando tutto si trasforma in niente sai che ti resta in gola una canzone, e canta la felicità spinosa che è scritta dentro alle canzoni…

Pezzo intimistico, dove il dialogo tra pianoforte e voce trova l’inserimento di una chitarra solista lancinante e il risultato è un mood quasi aulico che porta all’immedesimazione e al coinvolgimento pieno.

Il terzo brano, “Modì”, è dedicato a Jeanne Hebuterne, pittrice francese vissuta all’inizio dello scorso secolo, compagna e principale soggetto artistico di Amedeo Modigliani da cui ebbe una figlia. Morì suicida all’età di 22 anni, con un bimbo in grembo, il giorno dopo la prematura dipartita dell’artista livornese ammalato di tubercolosi.

Una storia d’amore travagliata e ostacolata consumatasi in un breve spazio temporale, un superamento dei limiti ortodossi nel nome di una forte e stravolgente passione, capace di minare la razionalità e di esaltare sentimenti e dolori ad essi collegati.

Non devi seguire quell’uomo diceva mio padre, è maledetto nel nome, negli occhi, nel cuore; amo gli artisti che sanno ritrarre il dolore e amo i suoi baci i suoi morsi di carne e passione… o Modì Modì, la tua pittura mi fa paura ma resto qui…”.

Lo spleen sonoro caratterizza questa canzone che trova nel parlato sporadico, perfettamente inserito nel contesto, un elemento distintivo.

Una canzone che potrebbe far presa immediata se esistesse una rotazione radiofonica intelligente e pluralista.

Con “O Mareamore” torniamo molto indietro nel tempo, metà del quindicesimo secolo, periodo in cui visse Simonetta Vespucci, musa del Botticelli e di molti altri pittori, gentildonna italiana tra le più note del periodo rinascimentale.

Anche per lei una fugace apparizione vista la prematura dipartita per problemi di salute a ventitré anni, ma del suo passaggio restano testimonianze pittoriche che la rendono eterna.

Terra di fiumi, di artisti e di signori, così è Firenze, conchiglia senza mare, che ha dato in pasto agli occhi dei pittori, una sirena che non sa nuotare; vivo negli occhi di chi si innamora e non mi sono mai innamorata, in mezzo a tanti specchi vedo ancora una bambina troppo pettinata…”.

Lunga intro al pianoforte che determina l’atmosfera della canzone ma che prende una svolta che sa a tratti di rock contenuto. La voce di NOMA giganteggia e “dipinge la tela” a piacimento, con padronanza e mestiere.

Torniamo a giorni più recenti con “Una Valigia a Berlino” che riporta alla figura di Marlene Dietrich, cantante e attrice tedesca vissuta lo scorso secolo.

Ho lasciato in cantina il violino, altro gioco che voglio condurre, ho cantato e incantato Berlino, è impaziente di farsi sedurre…”.

L’angelo azzurro, la musa, l’icona passata attraverso le guerre, la “femme fatale”, una diva e un mito la cui grandezza è aumentata dall’aver saputo osare, aprendo porte e strade interdette per molto tempo al mondo femminile, ma ripudiata dal suo stesso popolo.

Una traccia con cui si cambia decisamente ritmo e la proposta è incentrata sul pop rock che presenta venature prog, un’ambientazione musicale molto in auge negli anni Ottanta.

Nunca Mas” ci conduce per mano oltreoceano, in Argentina, e sottolinea la figura di Azucena Villaflor, che visse nella prima metà del ‘900, ricordata per la sua contrapposizione nei confronti della dittatura militare dell’epoca, scomparsa nel 1977.

Andiamo madri seguitemi, Casa de Mayo riempiamola, coi nostri corpi colpibili da quei fucili senz’anima…”, riferimento alle manifestazioni in Plaza de Mayo che la videro protagonista, ma che segnarono anche il suo epilogo.

In questo caso l’orizzonte da raggiungere è un obiettivo di pace e giustizia che, come in molte occasioni, porta a tragiche conclusioni, ma che permette di scardinare nel tempo porte immense per effetto della simbologia che rappresenta.

Andamento musicalmente allegro/melanconico, un tango tipicamente sudamericano che mantiene l’ossatura della tradizione ma su cui si inseriscono ritmiche e trame più occidentali.

NOMA dimostra la sua ecletticità proponendosi, anche, in lingua spagnola.

Le Mani di Artemisia” sono quelle di Artemisia Gentileschi, pittrice vissuta nella prima metà del 1600, una rarità nel panorama artistico dell’epoca, anche se spesso il suo talento fu sminuito a causa delle sue vicende personali - una grave violenza subita, il conseguente processo pubblico e le torture atte alla ricerca di una verità incontrovertibile - e il suo equilibrio ne risultò alla fine minato.

Mano piene di monili - forti, lievi, femminili -, maledette ed innocenti che raccolgono dei fiori o nascondo serpenti, mano sporche di colore e che stringono pugnali…”.

Altra canzone da impatto immediato, un ritornello con il controcanto ed un cantato che riesce a trasmettere il profumo del dramma.

Il finale, “Come un'estranea”, è dedicato a Maria Callas, soprano e attrice di fama mondiale, un’altra “Divina”.

Un andamento epico, impreziosito dalla partecipazione del tenore Rino Matafù, appare come il perfetto finale di un album e, ancora meglio, di una futuribile rappresentazione teatrale, e la figura della Callas assurge a simbolo del generico concetto di arte, rappresentazione della vita di cui lei è stata protagonista e alimentatrice.

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Un grande lavoro, un grande progetto, una ricerca della produzione di qualità senza strizzare l’occhio a nessuna facilitazione commerciale, quasi una sfida al corrente modus operandi.

Verrebbe da ricorrere a Tarantino e al suo “Don’t be a square”, un pensare fuori dagli schemi che sicuramente ha caratterizzato la vite delle otto protagoniste di “Il suon di lei”.

Significativa l’interpretazione variegata di NOMA e grande elogio ad un team coraggioso che, ne sono certo, troverà le soddisfazioni che merita.

Un’ultima annotazione che riguarda la cura dell’artwork, la cui copertina è stata curata dall'artista toscano Stefano Stacchini.

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