Luca Poletti Trio – Colors

Postato in Yasta la Vista

Scritto da: Athos_Enrile

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luca poletti trio ColorsAutoprodotto, 2013

 

Mi ritrovo tra le mani Colors, del Luca Poletti Trio, e la prima cosa che mi viene da pensare è che i colori di copertina avrebbero attirato la mia attenzione in un qualsiasi negozio di vinili, anche se ormai i luoghi dedicati alla contemplazione religiosa dei differenti formati musicali sono oasi nel deserto. La cover in questo caso è il preludio al contenuto, una liaison fondamentale tra significati e modo di proporli. Non è fatto scontato, perché spesso si fa fatica a rendere evidente e chiaro per tutti un pensiero, un sentimento, che magari resta latente per molto tempo, e quando si decide di venire allo scoperto l’esplosione di spontaneità può fare dimenticare la cura dei dettagli: un album va respirato in toto e la musica da sola potrebbe non bastare, se si decide di penetrare all’interno di un mondo nuovo per provare ad interpretarlo.
Colors è un opera prima e Luca Poletti appare ai miei occhi come un artista geniale, che nell’occasione si avvale della collaborazione di molti ospiti, tra i quali spicca Paolo Fresu.
 
 
L’intervista a seguire e le informazione contenute nel sito di riferimento risulteranno utili ed esaustive.
La “scuola”, la cultura e gli aspetti tecnici che si percepiscono all’ascolto non vanno a mio giudizio sottolineati, perché una possibile conseguenza negativa potrebbe essere quella di trasformare un album incredibilmente bello in un disco di nicchia, per pochi eletti, per amanti di un genere specifico.
Il jazz è l’amore di Poletti, ed è la linea guida che si distende nello spazio di 17 brani, oltre un’ora di musica. Ma c’è molto di più. Colors è un album concettuale, fatto inusuale se si pensa alla tipologia della proposta. Il jazz è libertà assoluta all’interno di schemi rigidi, e l’idea del racconto di una storia attraverso episodi legati tra loro, privi di liriche - tranne in un caso - rappresenta una buona novità, proposta con straordinaria efficacia. Anticipo l’intervista ritagliandone un stralcio importante che disegna l’anima del concept: “… la storia è quella di un pianista che, in cerca di ispirazione, fa zapping tra svariate frequenze radio nella speranza di trovare qualcosa che lo possa coinvolgere. Incorre prima in Monteverdi, poi in Chopin, quindi in Petrucciani finché sente una composizione che lo incuriosisce. Sintonizza meglio la radio e parte il disco. I brani scorrono veloci finché verso la fine del disco il segnale diventa improvvisamente così disturbato che il pianista decide di spegnere la radio e di sedersi al pianoforte per ripercorrere ciò che ha sentito. Ovviamente avendo ascoltato queste composizioni una volta sola, cerca di eseguire quello che ricorda”.
I brani sono preceduti da frammenti - preludi - che hanno una funzione ben precisa: le immagini del quotidiano spesso vengono in nostro aiuto per esprimere sinteticamente momenti che richiederebbero lunghe spiegazioni, ed io vorrei descrivere i “preludi” come l’acqua bevuta prima del caffè, un modo per preparare il palato ad un nuovo sapore in arrivo, cancellando quello pregresso, un tasto di reset capace di creare un collante tra i vari spazi, un bridge che consente il salto tra differenti sentimenti,  stati d’animo legati alla propria terra, agli affetti, alla musica nella sua globalità, ai viaggi - mentali e reali.
Jazz, dunque, ma anche amore per il funky e per autori storici di riferimento.
Nel viaggio tra i colori, rappresentativi di differenti storie, spicca una brano, This Is For You, che mi piace sottolineare in quanto unico cantato. Annika Borsetto fornisce un’interpretazione emozionante, regalando un attimo magico che sfugge ad ogni tipo di collocazione di genere, dipingendo e “colorando” l’emozione ed il dolore di un attimo comune, quasi fisiologico in un percorso di vita, ma difficilmente “raccontabile“ suscitando brividi e riflessioni, come invece accade in questa occasione.
Se è vero che non ci si inventa musicisti di questo livello, e va quindi rimarcato il sudore, il dolore, la determinazione - ed il piacere - che fanno parte del lavoro di Poletti, occorre però dire che il passaggio dal sapere al “saper donare” è qualcosa che ha a che fare con il DNA, e non è certo questione di know how. Luca possiede la capacità di sintetizzare il suo feeling, trasportandolo nella musica e mettendolo a disposizione del prossimo, ma in modo tale che possa essere fruito facilmente, senza necessità di faticosa decodificazione. E’ questo un dono del Signore che Poletti mette… a disposizione, perché sarebbe un peccato mortale non condividere, in modo semplice, un tale patrimonio. Ma leggiamo il suo pensiero.
 
 
 
L’INTERVISTA
 
Sei giovane e al disco di esordio, eppure Colors appare l’opera di un navigatore esperto: riesci a sintetizzare la tua storia musicale?
 
La mia storia musicale inizia molti anni fa, avrò avuto 5/6 anni. Per la prima volta ascoltai una composizione di Ennio Morricone per pianoforte ed orchestra d’archi di cui purtroppo non ricordo più il titolo. Volevo a tutti i costi riprodurla sulla tastiera di mia sorella, mi appassionava troppo. Passai un intero pomeriggio a cercare di capire la melodia ed in parte gli accordi (che all’epoca non sapevo nemmeno cosa fossero) di tutta la composizione ed a fine serata, fiero di me stesso, riuscii ad eseguirla per intero. Quel giorno decisi che avrei iniziato a studiare il pianoforte. Mentre frequentavo la scuola secondaria di primo grado (allora Scuola media) restai fulminato da Charlie Parker e non riuscii più a staccare le orecchie da quei dischi di jazz e con il tempo ne ho collezionati moltissimi. Dopo qualche anno mi iscrissi al Liceo Musicale di Trento annesso al Conservatorio e seguii gli studi classici: Diploma di Pianoforte e Maturità musicale. Parallelamente riflettei sul fatto che se ci fossero state delle composizioni da eseguire, qualcuno le avrebbe dovute scrivere. Lì scoprii la composizione. Mi iscrissi immediatamente a Composizione e Strumentazione per Banda per capire come i grandi del passato avessero scritto le proprie opere. Appena conclusi questi studi, coronati da un altro diploma, mi restava un grande punto da scoprire: il jazz. Conoscevo già di nome i docenti del dipartimento di jazz a Trento, Roberto Cipelli e Robert Bonisolo oltre che Daniele Carnevali con il quale mi ero diplomato in Strumentazione per Banda. Decisi quindi di intraprendere il cammino specialistico in Musica jazz in città e, grazie alla preparazione ed alla passione comune per questo genere musicale, ho imparato moltissime cose ed ho avuto molte altre opportunità da cogliere. L’anno scorso ho terminato il mio percorso di studi e mi sono Laureato al Biennio Specialistico in Musica Jazz di Trento con la super votazione di 110 e lode più menzione d’onore. Insomma, una bellissima soddisfazione.
 
Esistono artisti che hanno in qualche modo condizionato la tua formazione personale?
 
Assolutamente sì. In primis Herbie Hancock, artista che ha esplorato a fondo e scritto in modo incomparabile il ‘900. Ho grandissima ammirazione per lui perché, partendo dallo storico quintetto di Miles Davis (che adoro) è sempre rimasto curioso tanto che negli ultimi dieci anni ha esplorato l’elettronica più selvaggia. Musica senza confini. Continuerei citando Quincy Jones che al pari di Hancock ha solcato il secolo scorso portando moltissime innovazioni nel jazz (nell’eccitante Count Basie Orchestra) e nel pop (Micheal Jackson è il primo che mi viene alla mente). Adoro allo stesso modo artisti come Leonard Berstein, genio dalla profonda volontà di diffondere e trasudare di musica, Johannes Brahms, Ennio Morricone, Chopin, Skrjabin, Bill Evans e Petrucciani, oltre che Monteverdi (suona strano ma è così, sono appassionato della musica vocale del 400/500). Amo anche artisti della scena cantautorale, come Fabrizio De Andrè (poeta immenso), Billy Joel, Giorgia, Francesco De Gregori. Ora che rileggo questi nomi noto che, anche se sono distanti anni luce l’uno dall’altro, hanno due caratteristiche comuni: la profondità (non per forza seriosa) di intendere la  musica e una continua propensione verso il nuovo.
 
Come nasce l’idea di Colors e quanto tempo hai impiegato per mettere a fuoco il progetto e portarlo a termine?
 
Colors ha avuto una “gestazione” di circa un anno. E’ servito del tempo per capire alcuni dettagli come ad esempio la compattezza dei generi da realizzare, la narrazione che ci sta dietro (essendo un concept album), la composizione di alcuni brani e lo studio individuale oltre che ovviamente gli arrangiamenti per il trio e il modo di affinare l’interplay tra di noi musicisti. La mia paura più grossa ovviamente era la connessione tra i brani e la loro diversità di genere: ci sono alcuni brani jazz, alcuni pop, uno gospel, uno funky, un altro free ed una spruzzata di elettronica; non era la cosa più facile da gestire. Ho voluto anche inserire delle transizioni (che ho chiamato “preludi”) che mi aiutassero ad unire i brani. La cosa bella è stata il modo in cui questi interludi hanno realizzato il loro fine: hanno aggiunto materiale ancora più ricco e, sembra strano, ma questa diversità musicale ha portato una grande compattezza al lavoro. Sono estremamente soddisfatto.
 
L’album è permeato dalle atmosfere jazz: esistono altri “filoni” musicali che ti appassionano, almeno nell’ascolto?
 
Adoro moltissima musica. Prima di tutto direi il jazz e la musica classica; mi appassiona molto la musica americana di Leonard Bernstein, di Aaron Copland e di Samuel Barber. Sono cresciuto con la musica scritta per il cinema, il rock degli anni ’70, il cantautorato, le grandi orchestre americane di jazz ed il pop. Credo che tutte queste esperienze si siano sedimentate dentro di me e siano sgorgate a tratti nei brani inseriti in Colors. In fondo, come sottolineavo prima, il concept e le composizioni del disco sono  molto eterogenee, “parlano” della contemporaneità del nostro mondo: moltissimi stili uniti dalla voglia di suonarli.
 
Mi racconti qualcosa dei tuoi ospiti e, ovviamente, della partecipazione di Paolo Fresu?
 
I musicisti che fanno parte di questo lavoro sono prima di tutto amici musicali che conosco da molto tempo. La base su cui poggia l’intero lavoro è ovviamente il mio trio che vede nelle prime linee Stefano Senni (bassista emiliano che collabora con Stefano Bollani ed Enrico Rava) e Matteo Giordani, batterista trentino dal forte orientamento contemporaneo che ha a suo attivo diversi dischi e che predilige le sonorità alla Mark Guiliana ed Avishai Cohen. Al trio si aggiunge di volta in volta un solista (o dei solisti) che ho scelto per le loro peculiarità: il tenorista Matteo Cuzzolin, che ha collaborato in due brani, “Bastian oirartnoc” dalla sonorità free e nel brano “Sold 20%”, è un musicista versatile che conosce molto bene la tradizione ed ha una sua personalità chiara e definita; il trombettista Christian Stanchina è un validissimo solista ed una speciale prima tromba d’orchestra, lui, assieme al bassista elettrico Michele Bazzanella completano la sezione superfunkymachine del brano “Sold 20%” dalle sonorità vicine ai Tower of Power. Annika Borsetto l’ho voluta per il suo bellissimo timbro soul e nero che ha dato a This Is For You  la connotazione che cercavo. La collaborazione con Paolo Fresu è stata il coronamento di un grande sogno, il suono che avevo in mente per questo disco era proprio il suo; profondo, espressivo, creativo e sempre alla ricerca di una compenetrazione tra i musicisti. Non nego che ero molto emozionato all’idea di poter incidere un disco con lui, è sempre stato un mio punto di riferimento musicale. Quando siamo entrati in studio per registrare mi ha messo subito a mio agio parlando dei nostri viaggi, abbiamo poi definito alcuni dettagli ed è iniziata la Musica. Voglio ringraziare davvero di cuore Paolo per la sua grande disponibilità, la sua generosità musicale ed umana che ha contribuito ad ottenere l’ottima concretizzazione di Colors.
 
Ho letto del tuo amore per gli album concettuali e quindi per una struttura narrativa che ha termine solo con la fine dell’ascolto: pensi si possa racchiudere un messaggio o una melodia unica in uno spazio temporale breve, quello della canzone tradizionale da pochi minuti?
 
Credo di sì, l’idea è proprio quella di raccontare una storia, o meglio un colore, in ogni composizione. L’unione di tutti i brani forma una coloratissima tavolozza da pittore, delle macchie intense di musica, magari molto diverse, ma uniche nel loro genere. Il concept di Colors si rifà in un certo modo alla discografia rock degli anni ’70, un unico viaggio musicale che ci guida attraverso la scoperta di vari “generi musicali”, insomma la contemporaneità in tutte le sue sfaccettature. In Colors la storia è quella di un pianista che, in cerca di ispirazione, fa zapping tra svariate frequenze radio nella speranza di trovare qualcosa che lo possa coinvolgere. Incorre prima in Monteverdi, poi in Chopin, quindi in Petrucciani finché sente una composizione che lo incuriosisce. Sintonizza meglio la radio e parte il disco. I brani scorrono veloci finché verso la fine del disco il segnale diventa improvvisamente così disturbato che il pianista decide di spegnere la radio e di sedersi al pianoforte per ripercorrere ciò che ha sentito. Ovviamente avendo ascoltato queste composizioni una volta sola, cerca di eseguire quello che ricorda. Ecco dunque l’ultimo brano: Colors.
 
Che giudizio ti senti di dare dello stato generale della musica?
 
Prima di tutto mi piacerebbe spendere due parole sulla fruizione musicale di oggi. Su internet abbiamo alla nostra portata centinaia di migliaia di composizioni, compositori e canzoni che ovviamente ascoltiamo a singhiozzo. Per questo motivo ogni tanto faccio pulizia sul mio iPod e cerco di tenere solamente ciò che desidero ascoltare realmente. Abbiamo talmente tante cose creative e varie da poter ascoltare che paradossalmente non ne assaporiamo nessuna, ci scorrono attraverso e nulla più. Andiamo meno ai concerti sapendo che troveremo tutto su YouTube, ci informiamo di meno e ci limitiamo a vivere la musica degli altri senza goderne realmente, senza provare l’emozione di vivere un rito collettivo come un concerto, per una pigrizia latente. Restiamo un po’ nell’ombra ed il livello generale di attenzione e conoscenza diventa più superficiale e vuoto. Dall’altra parte c’è chi si propone di diffondere la conoscenza della buona musica, come ad esempio Stefano Bollani nella sua trasmissione “Sostiene Bollani”. La cosa curiosa è che alcuni amici mi hanno confidato che dopo aver sentito questo programma si sono interessati al violoncello o al clarinetto proprio perché ne hanno visto le potenzialità emotive. Tra questi due universi molto distanti la realtà è che il tessuto su cui si muove la musica oggi è in fermento, vedo che c’è sempre una voglia di scoprire cose nuove, vedo moltissimi artisti che cercano una propria voce: i cantautori, i musicisti elettronici, i jazzisti ed i compositori classici in particolare stanno smuovendo le acque per realizzare dei loro lavori; credo sia un bel passo per esprimersi e portare la musica in posti ancora inesplorati. Spero che questo fervore invogli moltissime persone a scoprire il mondo musicale in tutta la sua luce.
 
Hai pianificato una pubblicizzazione live dell’album?

Per tutte le informazioni sui live ho voluto raccogliere tutto sul mio sito, così si può sapere passo passo tutta la programmazione live del progetto! Il sito è www.lucapoletti.com

Se una ventina di anni fa fossi stato ospite di Maurizio Costanzo in uno dei suoi talk show ti avrebbe chiesto: “ Che cosa c’è dietro l’angolo?”. Cosa c’è dietro al tuo angolo Luca?
 
Bella domanda, sicuramente non facile da sintetizzare in poche righe. Ti anticipo che  un lavoro imminente è una sessione di registrazione con una cantante per un album che uscirà tra qualche mese. Per quel che riguarda "l’altro angolo” più personale ci saranno sicuramente i live di “Colors”, e sono in via di definizione alcuni concerti con diverse compagini orchestrali per dei progetti jazz importanti e davvero stimolanti. Quando avrò informazioni precise le inserirò sicuramente sul mio sito per condividere queste belle esperienze con tutti coloro che lo vorranno.