ELP al Palasport di Genova il 15 giugno del 1972

Scritto da: Athos_Enrile

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“Trilogy”, il terzo album in studio di Emerson, Lake & Palmer, compie cinquant’anni.

Avevo sedici anni all’epoca ed ebbi l’opportunità di partecipare al concerto genovese del 15 giugno del 1972, quando il disco, almeno mi pare, non era ancora uscito, e questa mia memoria è confortata dal fatto che nel live proposero solo un paio di anticipazioni, come generalmente si fa - o si faceva - con una musica che era in divenire: i brani erano "Hoedown" e "The Endless Enigma".

Impossibile ricordare i dettagli, troppo lontani nel tempo, ma restano alcuni frammenti che mi permettono di allargare il discorso all’atmosfera irripetibile dell’epoca, impossibile da far comprendere ad un ragazzo nato negli anni duemila.

Non ero solo quel giorno, ci si muoveva in branco, e il mio battesimo con il concerto era avvenuto quindici giorni prima, sempre a Genova, con i Van der Graaf Generator.

Ho chiesto un aiuto mnemonico ad Agostino Rebaudengo (Ago), uno dei miei compagni di avventure di quei giorni, e abbiamo rispolverato il solito rito - nel tempo consolidato - che, partendo dalla rapida pianificazione del viaggio Savona-Genova, ci portava nelle varie - poche - sedi in cui sarebbe andato in scena l’evento, che in quei giorni erano essenzialmente il Teatro Alcione e il Palasport.

Ago mi ha ricordato come per noi ragazzi dell’epoca, prima dei 18 anni, ci fosse un solo modo per raggiungere Genova: il treno. Così ci imbarcammo con largo anticipo su un regionale partendo dalla stazione di Savona Letimbro, poi demolita dopo un lustro. Il “largo anticipo” era d’obbligo perché dalla stazione genovese di Brignole si doveva raggiungere a piedi il Palazzo dello Sport alla Fiera di Genova (una ventina di minuti), acquistare il biglietto (che ai tempi veniva venduto rigorosamente sul posto) e correre all’interno della struttura, nella speranza di trovare una buona posizione da cui vedere il concerto. Non c’erano sedie, solo duro cemento. Però si vedeva bene il palco. La musica? L’acustica del palasport genovese è sempre stata pessima. La presenza di molte persone attenuò un po’ il riverbero e l’esibizione filò via senza problemi.

Mi sono rimaste impresse un paio di cose: l’iniziale “Hoedown”, che ancora non conoscevo ma che mi colpì all’impatto, e l’immagine di Emerson in piedi sull’Hammond, con il pubblico in delirio.

 

 

Nulla mi è rimasto del gruppo “spalla”, se non il nome, The J. Geils Band.

L’entusiasmo giovanile e il mood dei primi anni ’70 fecero il resto ed è facile immaginare il ritorno a casa notturno - anche quello un rito -, denso di commenti e considerazioni interminabili, pregustando il racconto che avremmo fatto ai compagni di scuola il giorno dopo.

 

 

Questa la scaletta del concerto trovata in rete:

Hoedown, Tarkus, The Endless Enigma, Take A Pebble, Lucky Man, Piano Improvisations / Take A Pebble, Pictures At An Exhibition, Rondo / America.

Sempre la rete ci fornisce un paio di audio del live, belle testimonianze ma, a mio giudizio, inascoltabili.

 

 

Da tener conto il basso livello di tecnologia dell’epoca e l’assoluta incoscienza rispetto all’importanza di ciò che si stava vivendo: difficilmente capitava di vedere “attrezzi” atti alla registrazione, sonora e fotografica.

Di quella data spuntò a posteriori una cassetta, andata probabilmente persa, dove fu immortalata la mia voce mentre urlavo, tra stupore ed eccitazione “Il ribbon!!!”, quando Keith iniziò ad utilizzarlo.

 

 

Esattamente un anno dopo ebbi l’occasione di ascoltare in modo completo “Trilogy”, perché gli ELP erano di scena al Vigorelli di Milano e in quel frangente lo avrebbero probabilmente proposto in toto.

Savona-Milano in treno, diciassette anni e genitori da convincere con la prospettiva di dover perdere un giorno di scuola.

È questo uno dei momenti bui della mia frequentazione concertistica dell’epoca, perché i problemi alla voce di Lake bloccarono il concerto di venerdì 4 maggio e ciò ci costrinse ad una permanenza notturna non pianificata, in attesa del recupero del giorno successivo, che però non ci fu.

Sorvolo su quanto mi accadde al ritorno in ambito famigliare, ma in tempi recenti ebbi l’opportunità di chiedere direttamente a Greg come fossero andate le cose:

“Credo che il concerto a cui ti riferisci sia dei primi anni '70, quando fummo costretti a cancellare l'evento di Milano a causa di una mia improvvisa laringite. Parlo di una situazione in cui si perde completamente la voce e occorre stare a letto in condizioni terribili, per quattro o cinque giorni. Non c’è davvero nulla che possa evitare che ciò accada e gli unici rimedi sono le medicine e il riposo che, come ho detto, è di circa quattro o cinque giorni. È interessante notare che questo che hai menzionato è uno dei pochi concerti (tre) che sono stato costretto a cancellare durante quasi cinquanta anni di performance live, quindi, sebbene possa capire la delusione della gente, penso che debba considerarmi fortunato per aver perso un così esiguo numero di “spettacoli” in così tanti anni di attività!”.

Trovai meno chiarezza - e maggior ironia - con Keith, al quale chiesi che ricordi avesse di quei primi concerti italiani e lui rispose:

“Credo che la mia ancor buona memoria potrà aiutarmi nel rispondere alle tue domande. Naturalmente è sempre una grande soddisfazione uscire dal proprio paese per proporre la musica in una nazione in grado di comprendere un cibo complicato come gli spaghetti. Ho sempre pensato che gli spaghetti crescessero sugli alberi, e che potessero essere usati per fare dei maglioni!”.

Non vorrei correre il rischio di uscire dal topic ma è certo che l’argomento “ELP” mi porterebbe a divagare e a raccontare tanti aneddoti che mi riguardano e di cui sono orgoglioso. Scelgo due diramazioni. La prima porta ad un brano specifico dell’album, la title track, che considero tra i brani più belli mai scritti in campo musicale, senza la necessità di incasellamento in un genere particolare.

Brano molto lungo - quasi nove minuti - come è tipico del prog, con una seconda parte a tratti strumentale che sfocia nel rock jazz e che potrebbe provocare una crisi di rigetto ai neofiti, ma sarebbe buona cosa appropriarsi almeno dei primi tre minuti, cercando di cogliere l’attimo in cui parte l’attacco vocale, momento magico caratterizzato dal senso di tristezza, per la cupezza di atmosfera e l’utilizzo particolare della voce (quella di Lake è una delle più belle che io conosca).

La seconda considerazione riguarda la musica di qualità a cui ELP e molti altri gruppi coevi ci hanno abituato e occorre rilevare come oggi, purtroppo, il valore intrinseco e oggettivo della proposta non riesca a incidere minimamente sulla sua diffusione.

Mi è capitato recentemente di ascoltare il giovanissimo nipote di Keith, sicuramente talentuoso e promettente, e ho realizzato che non ci sarà mai più un Emerson incantatore di folle, capace di esaltare, eccitare e sorprendere il pubblico. Il talento, anche quando è rilevante, non basta, ed è cosa certa che non esiste e non esisterà più un contesto favorevole e ben disposto, se si esclude la nobile e a volte spocchiosa nicchia costituita dai seguaci del Prog, un genere che ha assunto una dimensione immortale al pari della Classica, ma lontano da ogni tipo di diffusione di massa e quindi sconosciuto alla maggioranza dei giovani.

Vivere di nostalgia non è certo consigliabile, ma sarebbe bello poter far comprendere alle nuove generazioni - intrise di musica come le precedenti - che cosa potessero provare quei giovani capelloni, vestiti in modo così bizzarro, il 15 giugno del 1972, mentre euforici si avvicinavano al Palasport di Genova!

Io sono a disposizione per qualsiasi delucidazione!