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Scritto da: MAT2020

Questo utente ha pubblicato 1255 articoli.
Senza la sua "pazzia" i Pink Floyd non sarebbero mai esistiti...
Se ne andava il 7 luglio 2006 Roger "Syd" Barrett.
…per non dimenticare
Wazza
 
 


 (dalla rete..)

“La sua band ha un nome molto originale. Ma chi le ha suggerito il nome Pink Floyd?
Gli alieni! Sono una persona piena di polvere e chitarre”, a cominciare da quella Fender Esquire intarsiata di piccoli specchi circolari. Genio e somma sregolatezza, simbolo del b-side del sogno psichedelico inglese dei baby-boomers, un talento immane bruciato nel volgere di appena tre o quattro primavere: il 7 luglio di dieci anni fa ci lasciava Roger Keith Barrett, detto Syd. Era nato a Cambridge il 6 gennaio del 1946; e sempre lì morì, dopo un’eclissi durata oltre trent’anni. Il tempo di fondare una delle rock band più influenti di sempre, i Pink Floyd (dal nome degli amati bluesmen Pink Anderson e Floyd Council... o su input extraterrestre) e di imprimere il suo segno creativo e svagato nell’inconscio collettivo di più generazioni di musicisti. Dei Floyd, Syd è stato l’anima e il frontman incontrastato dal 1965 alla fine del 1967: solo dopo sarebbe decollato il biconsolato Roger Waters/David Gilmour. Li ha presi per mano e condotti verso territori interstellari, in direzione di un beat imprevedibile e infarcito di invenzioni chitarristiche, magari usando un accendino al posto del plettro. Poi, si sa, i troppi acidi assunti hanno concorso a macerargli il cervello: Barrett è uscito da se stesso, e già non era più lui quando la band si è vista costretta ad allontanarlo, continuando però a evocarlo per tutti i dischi degli anni settanta, quelli del poderoso successo commerciale.
 
 
 
 
The Dark Side Of The Moon  (a chi è consacrato un brano come  Brain Damage ? ), Wish You Were Here  (che comprende  Shine On You Crazy Diamond , sempre dedicata a lui )  e anche  The Wall  (ha raccontato Waters che la scena nel film omonimo in cui Bob Geldof siede davanti al televisore mentre una sigaretta gli si spegne tra le dita, era ispirata a un fatto reale avvenuto a Syd). Fuori dal mondo e irreversibilmente altrove : eppure i due album solisti di  Syd Barrett , usciti entrambi nel 1970,  The Madcap Laughs  e  Barrett,  sono considerati (a ragione) dei gioielli universali di cantautorato obliquo, improvvisato, stralunato e fai-da-te, facendo affiorare in superficie immagini libere, filastrocche e nonsense, visioni sottili e allucinazioni gentili, favole senza finale, stranite fantasmagorie acustiche a bassissima fedeltà,  low-fi , si sarebbe detto una ventina d’anni più tardi sulla scorta dei  Pavement.  Pezzi di musica desolata e sublime, non priva di inserti ironici; vuoti che si rincorrono fino a sovrastare i pieni; emulsioni di sensazioni ridotte alla loro insostenibile essenza. Un dolore pacato, crepitante e luminescente, si sarebbe capito presto, senza scampo. Una Mostra di “quadri non completati. Bozzetti di canzoni da caminetto d’estate, cariche di blues e proto-grunge  unplugged . Dopodiché il silenzio e l’ombra, lacerati dalla comparsa di qualche crudele scatto fotografico che lo immortalava grasso, contorto, caricaturale, lontano anni luce da quel bel ragazzo magro e coi capelli arruffati, un pò’matto ok, ma talentuoso e sensibile che era.
 
 
 
Riavvolgendo il nastro al contrario (come fece lui per dar vita a Dominoes, terza traccia di Barrett ). Già nei primi anni sessanta la stella di Syd brilla potente a Cambridge. C’è chi lo soprannomina  Syd The Beat.  Lui scrive lettere a go-go, gioca con le parole e la giovinezza e comincia a suonare la chitarra. Non passa certo inosservato. Scopre l’Lsd, che ha invaso la sua città come zucchero. Si trasferisce nella  Swinging London  e si iscrive all’Art School. Condivide sogni a occhi aperti col suo amico Roger Waters. Salta da una relazione all’altra. Nel ‘66 i Pink Floyd sono già sulla bocca di tutti grazie agli spettacolari concerti del sabato sera all’Ufo Club . I primi due singoli  Arnold Layne  e  See Emily Play  anticipano l’uscita nel ‘67, in piena  Summer of love , del loro album d’esordio  The Piper At The Gates Of Dawn  (che include  Interstellar Overdrive  e  Astronomy Domine ). Pubblico e critica applaudono. Barrett inizia però a manifestare le sue prime e inequivocabili stranezze. No, l’anticonformismo stavolta non c’entra. Il suo sguardo sembra vagare nel vuoto; i suoi sorrisi sanno di assenza; si presenta in pigiama in tv e non emette quasi verbo in trasmissioni seguitissime come il Pat Boone Show ; smette di suonare e cantare nel bel mezzo di un concerto; scompare e riappare.
 
Nel Natale del ’67 Waters chiede a David Gilmour, amico di vecchia data di Syd, di unirsi al gruppo come chitarrista di supporto: di fatto, diventa la chitarra solista, mentre a Syd viene assegnato il ruolo di voce e musicista di complemento. Sono  previsti nuovi concerti dei Pink Floyd all’alba del 68. Nei primi quattro Barrett partecipa regolarmente, anzi, sembra essersi ripreso; ma per il quinto live del 27 gennaio, il resto della band dimentica, intenzionalmente, di andarlo a prendere. Suonano escludendo l’uomo senza di cui la loro avventura non avrebbe mai avuto inizio, e così sarà per il resto dei loro giorni artistici. Syd è diventato una bomba sempre innescata, ingestibile per un complesso che pensa in grande. L’ipotesi di tenerlo solo per il lavoro di studio mostra subito la corda. Meglio un taglio netto. La separazione ufficiale ha una data: 6 aprile 1968. Un anno horribilis per lui. Sbalzato dalla sua astronave musicale, perde l’orientamento. Trascorre un sacco di tempo disteso a terra su un materasso. Ingolla droghe di ogni tipo. Colleziona scene madri della sua follia in divenire.

Lo inghiotte la malattia mentale. Un mistero irrisolto ancora oggi. Di cosa ha sofferto veramente Syd Barrett? Di schizofrenia, sindrome di Asperger (una forma di autismo), disturbo bipolare o di un’epilessia acutizzata dalle droghe e dalla fobia del palcoscenico? E in quale misura hanno inciso gli acidi (che di certo ha ingerito in quantità industriali) sul suo implacabile declino psicofisico?

Tornando ai suoi due album-testamento. Rompe il ghiaccio The Madcap Laughs: ci suonano dentro David Gilmour e Roger Waters, oltre che i Soft Machine di Robert Wyatt come session men. La registrazione è faticosa, dura parecchio, e con quei fulminei cambi di ritmo e armonia che Barrett conferisce alle canzoni sembra precorrere il punk. L'unica altra persona che poteva spezzare il tempo - ignorando il numero di battute in favore dei test i- era John Lennon. Alcune parti del suo cervello erano ancora brillanti,”ha affermato Gilmour, che produrrà il secondo e ultimo Lp in solitaria di Syd, intitolato Barrett. Gli squarci di genio pulsavano ancora. Come certi slanci beffardi.

Finale di partita. L’illusione dura poco. Lo disintegra anche l’impiego sconsiderato e arbitrario che fa di uno psicofarmaco molto in voga al tempo, il Mandrax: una vera droga legalizzata. Nel ’70 tiene un concerto alla sala da ballo London Olympia: abbandona il palco dopo tre o quattro canzoni. A chi gli domanda se ha intenzione di tornare a incidere un nuovo disco, replica in questi termini: “Ho solo 24 anni: sono ancora giovane, ho tempo”. Nel ’72 si esibisce con una band, gli Stars, che si scioglie a breve dopo un pugno di concerti disordinati in Inghilterra. L'anno precedente (1971) aveva rilasciato la sua ultima intervista a Mick Rock per Rolling Stone: “”Si pensa che tutti si divertano quando sono giovani: non so perché, ma io non l'ho mai fatto”. Segue la lunga dissolvenza catatonica barrettiana. Si dedica al giardinaggio, coltiva l’antica passione per la pittura. Girano leggende metropolitane consolatorie sul suo conto: ma è tutto falso. Diventa irriconoscibile e invisibile. Dopo qualche anno consumato in un hotel di Londra a ingrassare davanti alla tv, si rintana a Cambridge, insieme a sua madre. È il suo canto del cigno: agli occhi del mondo ma non della storia del rock Syd Barrett, il fu viaggiatore interstellare, muore in quei giorni.